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Cronaca | di Redazione Il Fatto Quotidiano | 21 ottobre 2011

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Parla il blocco nero: “Gli indignati? deboli
e destinati a sparire. Ci vuole l’insurrezione”

L'ala dura del movimento rivendica gli episodi di Roma: "Per chi vuole la rivoluzione e subisce la violenza quotidiana della crisi è stata una giornata di rivalsa". Ma rimanda al mittente le accuse di terrorismo urbano: "Non è il nostro orizzonte"

Questo documento arriva direttamente dal cuore del cosiddetto blocco nero. E’ una bozza di manifesto politico che getta nuova luce sugli episodi di violenza di sabato scorso a Roma. Ilfattoquotidiano.it è riuscito ad entrare in contatto con alcuni di loro e, dopo una lunga trattativa, ha ottenuto il filmato che è arrivato in redazione già con la voce modificata. Nel video un esponente di questa area politica risponde ad alcune nostre domande che gli abbiamo recapitato via Skype. Ci sarebbe piaciuto controbattere e replicare a molte delle affermazioni fatte, ma non è stato possibile. Tuttavia, in virtù del suo valore documentale abbiamo comunque deciso di pubblicarlo. Qui la versione integrale



In Val di Susa ci siamo sempre stati e ci saremo finché vivrà quella lotta. Perché gli abitanti lo hanno detto: ‘Siamo tutti black bloc’. Quella lotta è giusta e non ci sono né buoni né cattivi”. L’anonimato è la condizione per parlare con noi. Questo che segue è il pensiero di molti di quelli che hanno partecipato agli scontri sabato a Roma. Questo è quello che emerge da una lunga conversazione mai pubblicata prima d’ora da un organo di stampa. Una bozza di manifesto politico, che, rivendicando gli episodi di violenza nella Capitale, getta lo sguardo sul futuro. E questo futuro si chiama insurrezione. L’attacco è frontale: dai pacificisti (“massa di cittadini belanti”) agli indignati (“espressione di un mondo che sta morendo”), fino al riferimento ai disobbedienti di Luca Casarini, “pronti a vendersi per quattro poltrone a sinistra del Parlamento”. Così tutto assume una luce diversa: quello che è stato – G8 di Genova, roghi di Terzigno e manifestazioni studentesche più recenti – e quello che sarà. A partire da domenica prossima sulle montagne della Val di Susa.

Cosa succederà alla manifestazione dei No Tav?
Si dirimeranno una serie di ambiguità. Penso alla motivazione della protesta, a ciò che è stato indetto. Qualcuno ha detto: “Andremo a tagliare le reti del cantiere per aprire spiragli di democrazia”. Questa è retorica volgare e falsa, crea solo ambiguità. Perché se gli abitanti, i compagni della Val di Susa hanno deciso che ci sarà una chiamata nazionale per tagliare le reti del cantiere vuol dire che si commetteranno più reati: tagliare una rete è danneggiamento, entrare nel cantiere è invasione di proprietà privata e sfondare il plotone della celere è resistenza. Non sarà un atto democratico, ma è un atto che va fatto. La Tav non si farà mai e lo sa anche Maroni.

Roma, sabato 15 ottobre: cosa è stato?
Quando la storia compie un tornante, ci sono sempre dei moti di piazza. Sono anche questi ad accelerare o a far rallentare il corso della storia. Non so se è stata una vittoria, ma per qualcuno – specie per chi ha chiamato alla guerra per poi ricondurre il tutto a un democratico pascolo mirato a vendersi questa massa di cittadini belanti per qualche poltrona a sinistra del parlamento – beh, per loro è stata una sconfitta sonora. Per la rivoluzione e per chi la vuole, invece, è stata una giornata importante, vittoriosa, seppur con molti problemi, contraddizioni e limiti. E con tutta una serie di questioni che andrebbero ripensate. Di sicuro per tutti quelli che subiscono la violenza quotidiana della crisi, è stata una giornata di rivalsa.

Quali sono i vostri rapporti con gli Indignati?
Prima del 15 ottobre si poteva pensare che fossero ingenui e naif, che rincorressero una triste utopia, che fossero espressione di un mondo che sta morendo, di riferimenti politici anacronistici. Non scacciano la casta e si fanno strumento per mantenerla in vita, perché vogliono mandar via il cattivo governo per avere il buon governo. Quest’ultimo però non esiste, è un’illusione così come la rivoluzione democratica. Qualcuno che era al nostro fianco a Roma, il giorno dopo ha avuto la viltà di accettare la delazione, la social delation tramite il web, Facebook e gli altri social network. È stato terribile vedere sui giornali e su Facebook la caccia alle streghe, cercando le foto dei manifestanti da indicare alla polizia. È un atteggiamento che a livello storico è identico a quello del bravo cittadino italiano che indicava alle Ss il suo vicino ebreo. È un comportamento vergognoso. E comunque è un movimento che in Italia non potrà mai attecchire: è un progetto politico nato monco e morto giovane.

Qual è il vostro obiettivo?
La rivoluzione, la distruzione e il superamento dello stato di cose presenti. Il terrorismo, la logica dei gruppetti armati contro lo Stato è una logica perdente, noiosa e non ci appartiene minimamente. Pensiamo che la situazione attuale è insostenibile e che ci voglia una forza che sappia spazzare via il passato, la politica classica, la finta illusione di libertà, il capitalismo mercantile e forse la democrazia stessa. Questo sì. Ma non sarà né il terrorismo, né la lotta armata né la clandestinità il nostro orizzonte. Non cadremo in questa trappola. Una delle evidenze della nostra epoca è che i canali di mediazione tra governo e popolazione governata sono chiusi. Finisco con una citazione di un libro: ‘Non c’è più da aspettare un miglioramento, la rivoluzione, l’apocalisse, nucleare o un movimento sociale. Aspettare ancora è una follia. La catastrofe non è qualcosa di imminente, ma è il presente. Già adesso ci situiamo all’interno del crollo di una civiltà. E’ qui che bisogna prendere partito. Smettere di aspettare significa entrare in qualche modo nella logica insurrezionale. Significa tornare a percepire nella voce dei nostri governanti, quel leggero tremolio di terrore che mai li abbandona. E governare non è mai stato altro che rinviare attraverso mille stratagemmi il momento in cui la folla vi impiccherà. Ogni atto di governo non è che un modo per non perdere il controllo della popolazione’”.

di Lorenzo Galeazzi, Pierluigi Giordano Cardone ed Elena Rosselli

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