Era il 1991 quando in un modesto newsgroup di smanettoni, un giovane norvegese di nome Linus Torvalds pubblicava una versione preliminare di un sistema operativo tutto nuovo. Nome in codice: Linux.

20 anni dopo quel sistema operativo gestisce la gran parte dei server web del pianeta, il 91% dei 500 supercomputer più grandi al mondo, il traffico aereo e le centrali nucleari tedesche, i computer di bordo della Bmw, 500 milioni di decoder televisivi…

Insomma, come sostiene il direttore esecutivo della Linux Foundation “Qualunque persona nel mondo moderno usa Linux più volte ogni giorno”.

Da quando il progetto è entrato a regime, ogni giorno che dio mette in terra, vengono scritte 10.923 righe di codice, ne vengono eliminate oltre 5.000 per ridondanza, e ne vengono modificate oltre 2.000. E’ all’incirca come scrivere un libro di 300 pagine, ogni giorno, senza sosta.

Se si trattasse di un’azienda privata, questo equivarrebbe a oltre 10 miliardi di dollari di investimento. E invece è il frutto del lavoro volontario di migliaia di sviluppatori distribuiti in tutto il pianeta, il più grande esperimento di “collaborazione di massa” a memoria d’uomo.

E se dei liberi smanettoni riescono a mettere in piedi una storia incredibile come questa, senza nessun padrone che sta lì a organizzarli il lavoro e a imporgli un po’ disciplina, non è che significa che in realtà i padroni non servono?

Dopo il crollo del muro di Berlino, siamo stati abituati ad accettare l’esistenza delle gerarchie del mercato, e quindi la necessità di far rientrare tutto entro i valori dell’”azienda”, come uno scotto necessario da pagare in cambio del mantenimento di una produttività in grado di garantire una sufficiente creazione di ricchezza. Ma la storia di Linux ci insegna che in realtà ci sono anche altri valori che possono spingere le persone ad essere produttive, e quindi, soprattutto ora che la crisi investe tutto, ci fa sospettare che sia più che lecito tornare a chiedersi: ma i padroni a cosa servono?