“Abbiamo aiuti umanitari da mandare a Gaza e i nostri aiuti non saranno più attaccati com’è successo con la Mavi Marmara”. Così il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha aperto ad Ankara un discorso potenzialmente esplosivo: “Le navi da guerra avranno l’incarico di proteggere le imbarcazioni turche che portano aiuto a Gaza”. Erdogan non ha indicato date o scadenze per questa decisione e non è chiaro se ci siano già convogli pronti a fare rotta su Gaza. Chiaro invece è il senso della sfida politica a Israele, riaccesasi dopo la diffusione, la scorsa settimana, del rapporto che ha concluso il lavoro della commissione nominata dal Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-Moon per fare chiarezza sugli eventi legati alla Freedom Flotilla, abbordata dai commandos israeliani in acque internazionali a maggio del 2010.

Molto prudente, finora, la reazione del governo israeliano alle nuove minacce turche. Dan Meridor, ministro israeliano per l’intelligence, ha detto alla radio militare israeliana che “è meglio stare tranquilli e aspettare, non abbiamo alcun interesse ad aggravare la situazione replicando a questi attacchi verbali”.

Il rapporto della Commissione presieduta dall’ex primo ministro neozelandese Geoffrey Palmer, ha stabilito che nel loro abbordaggio alla Mavi Marmara – l’ammiraglia del convoglio umanitario diretto a Gaza per sfidare l’embargo israeliano – i commandos israeliani hanno sparato per legittima difesa, perché hanno incontrato “resistenza violenta e organizzata” da parte di alcuni passeggeri della nave. Ma ha anche stabilito che la decisione del governo israeliano di abbordare la flottiglia così lontano dalle acque dove è in vigore il blocco e con tale spiegamento di forze, era “irragionevole ed eccessiva”. Il blitz è costato la vita a un cittadino statunitense di origine turca e a otto attivisti filopalestinesi turchi, della Ong religiosa IHH. Un’organizzazione su cui, secondo il rapporto, “rimangono forti dubbi” circa le reali finalità.

La commissione Palmer, però, aveva anche consigliato a Israele “una adeguata manifestazione di rammarico” per le vittime del blitz e di accettare di pagare un risarcimento alle famiglie delle vittime da versarsi su un fondo fiduciario amministrato congiuntamente dai due governi. La Turchia ha chiesto più volte a Israele di rispettare questa indicazione, ma il governo guidato dal premier Benyamin Netanyahu ha deciso di non farlo. Secondo la stampa israeliana, alla vigilia della diffusione del rapporto Palmer c’è stata anche una riunione degli otto ministri più importanti del governo che hanno votato sull’opportunità o meno di chiedere scusa alla Turchia. Quattro, tra cui il titolare della difesa Ehud Barak, hanno detto sì e quattro hanno detto no. Netanyahu non ha votato ma la sua posizione, contraria alle scuse, era già nota.

Dopo la pubblicazione del rapporto, il governo turco ha deciso di abbassare il livello delle relazioni diplomatiche con Israele e ha espulso l’ambasciatore israeliano ad Ankara. La scorsa settimana il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu ha annunciato come ritorsione il congelamento di tutti i contratti del settore bellico – Turchia e Israele erano ottimi partner per le industrie della difesa –  e degli accordi di cooperazione militare, ed è arrivato a minacciare di bloccare tutto lo scambio commerciale tra i due paesi. Secondo una recente stima della Camera di commercio israeliana, nei primi otto mesi del 2011, lo scambio commerciale con la Turchia – in pieno boom economico con la crescita del Pil oltre il 10 per cento – è cresciuto del 40 per cento rispetto al 2010 ed è arrivato a 950 milioni di dollari.

Davutoglu aveva anche detto che la Turchia si sarebbe impegnata per far cadere il più controverso argomento della Commissione Palmer, che nel suo rapporto ha sostenuto che il blocco navale israeliano contro Gaza è legale, perché Israele “legittimamente” può impedire che dal mare arrivino armi per i gruppi armati palestinesi. Dalle parole di Erdogan, però, sembra che la Turchia, in piena ascesa come paese di riferimento anche per i nuovi movimenti democratici arabi, abbia intenzione di tentare una prova di forza nel Mediterraneo orientale prima di cercare vie giuridiche per ottenere la fine del blocco navale israeliano a Gaza.

La Commissione Palmer concludeva il rapporto invitando i due paesi a riprendere normali relazioni diplomatiche “nell’interesse della stabilità in Medio Oriente e della sicurezza internazionale”. È un consiglio che finora rimane inascoltato.

di Joseph Zarlingo