Non si sa se è colpa delle trame dell’odiato “nano veneziano” o dello stato confusionale dovuto alla caduta, ma è un fatto che Umberto Bossi e la Lega ieri sono usciti dal villone di Arcore dopo aver messo la loro firma proprio sotto quel sostanziale aumento dell’età pensionabile che avevano escluso in lungo e in largo durante i loro coloriti comizi agostani. Nell’oscuro documento finale, infatti, si legge che il governo manterrà “l’attuale regime previdenziale già previsto per coloro che abbiano maturato quarant’anni di contributi con esclusione dei periodi relativi al percorso di laurea e al servizio militare, che rimangono comunque utili ai fini del calcolo della pensione”. Cioè? All’ingrosso significa che tutti i lavoratori (maschi) della Repubblica si ritroveranno un anno in più di lavoro da fare prima della pensione: i mesi di servizio militare o civile infatti non contano più ai fini dell’età della pensione, anche se contribuiranno al calcolo dell’assegno.

Stesso discorso per la platea più piccola, ma non irrilevante, di coloro che hanno pagato conti assai salati per “riscattare” gli anni passati all’università: qui la correzione ammonterebbe a quattro anni, ma “oscilla tra i 10 e i 12 anni per i medici – denuncia la Cgil – perché si deve tener conto degli anni di specializzazione”. Niente paura, spiegano fonti di maggioranza, si andrà in pensione “contando gli anni effettivi di lavoro”. In sostanza, si tratta di un nuovo – ma più subdolo – scalone previdenziale, che peraltro si va ad aggiungere a quell’anno e più che i pensionandi pagano già al sistema delle cosiddette “finestre”.

Non si tratta, ovviamente, di una riforma del sistema pensionistico, ma di un provvedimento deciso per finanziare il ritocco cosmetico della manovra portato a termine ieri a Villa San Martino: a parte i ddl costituzionali sui costi della politica, che non valgono niente in termini di risparmi, le novità stanno nel fatto che è stato abolito il contributo di solidarietà (gettito previsto: 700 milioni l’anno prossimo, 1,5 miliardi nel successivo biennio) e che si riducono di due miliardi i tagli alle autonomie locali. Il governo, insomma, da qui al 2013 deve trovare da qualche altra parte cinque miliardi e mezzo. Questo blocco delle pensioni anche per chi ha già 40 anni di contributi serve a “mantenere invariati i saldi”, assicura Calderoli, anche con il concorso di provvedimenti meno pesanti come un taglio dei “privilegi” fiscali delle cooperative e alcune norme anti-elusione di dubbia efficacia.

“Non vedo come questi conti possano tornare”, diceva Pierluigi Bersani in serata. In realtà non è ancora chiaro come sarà congegnato l’emendamento, ma nell’opposizione c’è chi ipotizza che in sostanza il governo Berlusconi voglia così arrivare – surrettiziamente – alla cosiddetta “quota 100” (65 anni + 35 di contributi oppure 64 + 36 eccetera) entro il 2015. Come che sia, la platea interessata è vasta: secondo un calcolo a spanne sui dati 2010, che era servito ai cosiddetti “frondisti” del PdL per le loro proposte di modifica, i lavoratori penalizzati dovrebbero essere almeno 120 mila nel prossimo triennio. In questo modo, fino al 2015, si dovrebbero risparmiare tre miliardi, che diventerebbero – a regime, cioè dal 2016 – altri due l’anno all’incirca. Ma sono tutti calcoli da verificare.

Da Il Fatto Quotidiano del 30 agosto 2011