Un giro di vite per migliaia di piccoli amministratori e nessuna certezza di risparmio. La manovra “lacrime e sangue” arrivata al Senato per passare al vaglio della commissione Bilancio. Il decreto così com’è solleva troppi dubbi, ma i tempi sono stretti perché il governo vuole arrivare in Aula il 5 settembre con una soluzione accettabile.

Forse in commissione potranno essere approfondite le zone d’ombra in cui l’esecutivo si è mosso finora con tanta libertà, sparando nel mucchio e senza sapere esattamente con quali effetti per le casse dello Stato. L’esempio più clamoroso arriva dai tagli dei piccoli comuni, una misura che la maggioranza ha venduto come segnale di contenimento dei costi della politica. E’ la sera del 13 agosto quando l’esecutivo mette la firma al decreto che taglia, cuce e accorpa 1936 comuni sotto i mille abitanti e stravolge la vita di 17.667 amministratori locali, 73mila dipendenti, un milione di cittadini.

L’operazione viene presentata dal premier Silvio Berlusconi come un toccasana per i conti pubblici. Una grande rivoluzione amministrativa per il Paese. Ma la verità è un’altra. Il governo non abolisce le province, non tocca i privilegi di deputati e senatori ma abolisce giunte e consigli degli enti locali più piccoli senza sapere neppure con quali benefici per le casse dello Stato. E lo scrive pure, nero su bianco. Basta sfogliare la Relazione tecnica al decreto 138, pagina settanta, articolo 16. In cinque righe, l’imbarazzante verità sui dubbi effetti del provvedimento che diventerà presto legge: “Tale previsione – si legge – determina un effetto finanziario positivo sui saldi di finanza pubblica che, allo stato attuale, non si è in grado di quantificare“.

I comuni cancellati per decreto hanno manifestato a Torino, venerdì marceranno su Roma e il 29 saranno a Milano.

In mancanza di dati certi da parte del governo, sono le stesse vittime della manovra a contare i danni e a fornire qualche cifra sugli effetti dell’articolo 16. L’Anpci, l’associazione dei piccoli comuni, ha diramato una relazione di sintesi in cui indica in 1936 i comuni aboliti (499 sotto i 500 abitanti e 1.126 da 500 a 999).

Gli amministratori “tagliati” sarebbero 17.667 e non 50mila come dichiarato da Silvio Berlusconi nella conferenza stampa di presentazione della manovra. Individuate le poltrone che saltano la relazione fa di conto sui costi che si risparmierebbero. I compensi dei vicesindaci dei comuni più piccoli sono decisamente micro: 193 euro al mese che moltiplicati per 1963 poltrone e per 12 mensilità portano a un risparmio di 4.546.308. Stesso discorso per i 3.926 assessori che incassano 129 euro al mese e quindi in un anno costano 6.077.448 euro. Dieci milioni di euro e mezzo in tutto, meno del costo annuo di 27 parlamentari. Fra le altre cose, “il 50 per cento dei piccoli amministratori già rinuncia volontariamente alla propria magra indennità, quindi il risparmio reale ammonta massimo a 5.841.888 euro, meno del costo annuo di 13 deputati”, puntualizza il presidente dell’Associazione Franca Biglia, sindaco di Marsaglia (To) che sta guidando la fronda dei primi cittadini.

Critico anche il vice presidente dell’Anci, Mauro Guerra: “l’aspetto inaccettabile di questa manovra è che la creazione delle unioni municipali con i relativi tagli per i comuni sotto i 1.000 abitanti venga proposta come taglio alla casta e ai costi della politica. Si accomodassero su quelle poltrone! Un consigliere in un comune con meno di mille abitanti percepisce la bellezza di 17 euro lorde di gettone a seduta e mediamente in comune di queste dimensioni si fanno 3-4 consigli all’anno. Un assessore percepisce un’indennità pari a 65 euro lorde al mese, quando la prende perché spesso in questi comuni consiglieri e assessori neanche le ritirano, le lasciano per le attività del Comune”. Secondo l’amministratore, “confondere tutto ciò con la casta e i tagli alla politica è offensivo, ma anche ridicolo dal punto di vista della manovra. Mettendo tutto insieme si ricaveranno qualche milione di euro in tutta Italia: possono andare dai 2-3 milioni fino ai 4-5 al massimo perché non abbiamo il dato di quanti non percepiscono nemmeno l’indennità e la lasciano per l’asilo, per l’assistenza agli anziani piuttosto che per tenere in piedi le casse del comune stesso quando è necessario”.

I grandi assenti da questo ragionamento sono appunto i dati. Che non sono in possesso di coloro i quali verranno sacrificati sull’altare dei costi della politica. E neppure il governo che ha varato il provvedimento a occhi chiusi falcidiando i piccoli amministratori locali senza potare la gramigna parlamentare. Un taglio alla cieca al ramo probabilmente sano della politica.