Quando c’è un’emergenza, i poteri forti ne approfittano per far passare cose che altrimenti non passerebbero mai. George W. Bush, per esempio, usò l’attentato alle torri gemelle per attaccare l’Iraq. In simil guisa, nella manovra finanziaria il nostro governo ha inserito un paio di articoli che non c’entrano nulla con la crisi economica.

Il primo è la soppressione de facto delle feste civiche: il 25 Aprile, il 2 Giugno. La ratio del provvedimento sembra essere la seguente: “In tempi duri come questi bisogna lavorare di più!”. In realtà obbligare gli operai e gli impiegati a lavorare di più quando il lavoro non c’è, non ha alcun senso: può solo aumentare la disoccupazione. Il problema, oggi, non sono le aziende, i lavoratori, la distribuzione, o i commercianti. Il problema è tutto dall’altra parte del banco: non ci sono abbastanza clienti. L’offerta in questa congiuntura dipende dalla domanda, non viceversa.

Perciò, la soppressione delle feste civiche obbedisce a tutt’altra logica: lo svilimento dell’importanza dei simboli dell’unità nazionale e della democrazia liberale emersa dalla lotta mondiale contro il fascismo. Punto e basta.

Il secondo tentativo è quello di aggirare l’art.18 dello Statuto dei lavoratori, facilitando i licenziamenti. Si tratta di uno dei chiodi fissi del liberismo e della destra. Ma la norma non contribuisce né alla riduzione del debito pubblico né a sostenere le vendite delle imprese.

Il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina, ha definito ‘vigliacco’ il tentativo di Sacconi. Perché? Il ministro, invece di affrontare il dibattito in Parlamento e nel Paese, strumentalizza il un decreto legge che è davvero ‘necessario e urgente’, per infilarci una norma diversa, che non lo è.

La risposta giunta a Fassina da esponenti del Pdl, della Cisl e, incredibilmente, del suo partito, è stata durissima: “Linguaggio da anni di piombo!”, ecc.. A Fassina hanno contestato… l’aggettivo. Quando mancano di argomenti, usano il ‘volemose bene’ per silenziare chi dice scomode verità.

Siamo chiari: chi rompe il clima di unità nazionale – che il presidente Napolitano sta faticosamente e opportunamente cercando di promuovere – sono coloro che approfittano degli appelli all’unità, dell’emergenza, della fretta e della confusione per promuovere la propria agenda politica di parte.