«Ci restano ancora due, forse tre anni di crisi». Kenneth Rogoff, docente di Harvard e coautore, insieme a Carmen Reinhart, di un saggio divenuto ormai di culto (This Time Is Different. Eight Centuries of Financial Folly, Princeton, 2009) non usa mezzi termini per emettere una sentenza che a Washington come a Bruxelles trova ormai un consenso crescente. L’occasione, questa volta, è un’intervista al Sole 24 Ore pubblicata nel day after del vertice franco-tedesco che ha dettato, almeno in termini di principio, le nuove linee guida del piano di salvataggio europeo. Un colloquio, quello sostenuto con il quotidiano della Confindustria, utile per ribadire ciò che i numeri hanno reso ormai chiaro: le strategie di uscita dalla crisi non hanno funzionato.

“C’è stata la diffusa convinzione, a Wall Street e anche alla Fed, che le misure aggressive con cui si è affrontata la crisi nell’autunno-inverno 2008-2009 potessero fare la differenza” spiega Rogoff nell’intervista con un riferimento diretto a quella che da tempo è ormai la sua tesi di fondo: quella che l’Occidente sta sperimentando non è una semplice recessione, tempi tecnici uno-due anni, bensì una vera e propria contrazione simile storicamente alla Grande Depressione degli anni ’30. Inevitabile, dunque, che i tempi di ripresa si allunghino.

Le ipotesi di Rogoff, come detto, stanno guadagnando consenso. E dati alla mano non è difficile capire il perché. “Quattro anni di crisi finanziaria stanno dimostrando che il principale deficit non si riscontra nel credito bensì nella credibilità – ha scritto l’economista in un editoriale pubblicato la scorsa settimana sulle colonne del Financial Times – i mercati possono adeguarsi a un calo della crescita globale ma non possono fare i conti con quella spirale fatta di perdita di fiducia nella leadership e di crescente sensazione di disconnessione dalla realtà da parte della classe politica”. Come a dire che, speculazione a parte, da Wall Street all’Europa, gli investitori sembrano aver ampiamente sfiduciato le strategie intraprese dalla Fed e dalla Bce che, come noto, hanno considerato la ripresa come un esito scontato.

Se c’è un elemento che accumuna oggi i decisori politici e finanziari sulle due sponde dell’Atlantico, non vi è dubbio allora che si tratti della comune percezione del fallimento delle politiche di intervento. Gli Usa si sono illusi di risolvere la questione puntellando il sistema finanziario, l’Europa ha pensato, erroneamente, che un tamponamento della crisi delle periferie (Grecia, Irlanda e Portogallo) potesse essere sufficiente a evitare il peggio. Ma a distanza di tempo è ormai chiaro che la crescita non si è attivata né in America, dove l’indebitamento privato continua a rappresentare un macigno sulla capacità di spesa, né in Europa dove l’austerity ha prodotto recessione nelle nazioni più indebitate creando i presupposti per una contrazione dell’export degli altri Paesi e frenando quindi il percorso delle locomotive continentali (Germania e Francia). Il tutto, ovviamente, senza contare l’iniqua e deleteria tendenza delle politiche fiscali a scaricare sulla classe media il maggior peso dei piani di austerity imponendo ai redditi più bassi percentuali di aliquota decisamente più alte (“Il totale delle mie tasse ammonta a 6 milioni 938 mila 744 dollari. Detto così sembra un mucchio di soldi ma si tratta appena del 17,4% del mio imponibile. Mentre l’imposizione caricata sui 20 collaboratori del mio ufficio equivale in media al 36%” ha tuonato sul New York Times il miliardario Warren Buffett, il terzo uomo più ricco del mondo).

Insomma, in un sistema condizionato dal problema del debito, l’unica soluzione passa per la riduzione di quest’ultimo ma senza che ciò avvenga a discapito della crescita. Per questo, oggi, sembra riprendere quota l’ipotesi che Rogoff sostiene da tempo: superare il tabù dell’inflazione accettandone un livello terapeutico compreso tra quota 4 e 6%. Tradotto, significa semplicemente abbassare i tassi (soprattutto in Europa) e stampare più soldi, così da incrementare la liquidità circolante abbassando di conseguenza il valore delle valute e, con esse, dei debiti che in tali monete sono espressi. Senza contare i vantaggi che una moneta deprezzata garantirebbe alle esportazioni di Usa ed Europa. Una strategia, s’intende, che non farebbe certo piacere ai cinesi, primi creditori degli Usa e principali beneficiari dell’export occidentale. Ma questo, va da sé, è un particolare decisamente trascurabile. Per lo meno in tempi di crisi.