Una crisi troppo grave per essere gestita con i soliti metodi della politica dell’emergenza. Eppure ancora una volta il governo pensa di tappare la falla con un decreto d’urgenza, forse addirittura più d’uno, fatto che, però, fa storcere il naso al Quirinale; va bene giocare d’anticipo su alcune misure previste per il 2014, ma niente strappi.

Bisogna tener conto che, come sempre, quei 25 milioni di euro che dovrebbero arrivare dall’anticipo della manovra giungeranno da tagli alle agevolazioni fiscali e a quel che resta di un welfare comunque insufficiente. E in un clima come quello di questi giorni (e delle settimane che verranno) il rientro dalle vacanze potrebbe dimostrarsi socialmente turbolento per il governo e la maggioranza. Intanto, però, Silvio Berlusconi si affanna a cercare una via d’uscita. Lunedì mattina sentirà Obama al telefono dal villa La Certosa, ma prima, nella notte, Giulio Tremonti e Mario Draghi saranno impegnati nella conference call con gli altri ministri delle Finanze e governatori delle banche centrali dei Paesi del G7.

La riunione si terrà prima dell’apertura dei mercati asiatici, anche se il timore di un nuovo tracollo dopo il declassamento del debito Usa fa crescere le preoccupazioni anche – e soprattutto – per la crisi dei debiti sovrani nell’area euro. Sul fronte italiano, la Bce dovrebbe cominciare già nella mattinata di lunedì a comprare bond italiani, in modo da tamponare un’eventuale nuovo attacco speculativo, ma si tratta comunque di una misura una tantum; l’apertura dei mercati europei dirà anche se quanto annunciato da Tremonti con Berlusconi venerdì pomeriggio possa essere considerata una misura sufficiente a ridare fiducia all’Italia. In caso contrario (e i timori sono più che fondati), sarà necessario fare qualcos’altro. Un decreto (o più decreti), allora, per rendere immediatamente operative le anticipazioni della manovra ma, si diceva, questo spaventa il Colle: e se, infatti, non bastasse, poi cos’altro resterebbe da fare?

Anche ieri, in un richiamo alla “coesione” non solo nazionale, Giorgio Napolitano ha fatto intendere di essere molto preoccupato di cose il governo sta gestendo la crisi. Ci sono una serie di punti oscuri messi in evidenza, ieri, da Antonio Di Pietro e Pierluigi Bersani. Particolarmente duro il segretario del Pd: “Vogliamo la verità. E incredibile e inaccettabile che l’opposizione non abbia avuto fin qui comunicazione alcuna sui vincoli ai quali la comunità europea e internazionale ci sta sottoponendo – ha commentato Bersani – Che cosa davvero e precisamente ci stanno chiedendo la Bce e le istituzioni internazionali? Se dobbiamo discutere per la salvezza del Paese vogliamo la verità; un governo impotente, totalmente screditato e ormai commissariato dica almeno qual è la situazione reale”. Risposte che, probabilmente non arriveranno fino a giovedì, giorno considerato da giro di boa per dare una svolta alla crisi o venire tragicamente travolti. In caso di segno sempre negativo della Borsa per tre giorni consecutivi – e nonostante l’aiuto della Bce – Berlusconi si è detto pronto a convocare il consiglio dei ministri e non solo per mettere mano ai decreti, ma anche per buttare sul tavolo altro.

Lunedì Giulio Tremonti vedrà Umberto Bossi che – pare – avrebbe in serbo un’idea per salvare le imprese italiane, ma le ricette davvero possibili puntano su due linee parallele, entrambe gradite alle imprese ma vissute un o’ meno favorevolmente da Berlusconi. Prima di tutto le liberalizzazioni; Confindustria le reclama da tempo e su questo il Cavaliere non avrebbe grandi perplessità, conscio di trovare sponda persino in Bersani, antesignano di un’idea di modernizzazione del Paese in senso liberale. Poi, però, ci sarebbe da fare un altro passo, un passo che Berlusconi non vede – in questo particolare momento – come utile. Soprattutto a lui, più che al Paese. La parola magica è “privatizzazioni”. E ieri è stato Maurizio Gasparri a rompere il ghiaccio e a parlare apertamente di necessità di avviare una “ significativa dismissione del patrimonio immobiliare pubblico”, azione da sempre propedeutica alla messa sul mercato anche di ciò che resta delle aziende a parziale o totale partecipazione statale. Il Cavaliere sa che, come presidente del Consiglio, in caso di messa sul mercato di qualche azienda statale, lui dovrebbe restare fuori della partita, mentre ad approfittarne – come in passato – sarebbero alcuni imprenditori italiani (come De Benedetti) e questo gli ha fatto saltare la mosca al naso.

Ma non c’è solo questo. L’altro tema che potrebbe essere oggetto di un ordine del giorno di un consiglio dei ministri straordinario in pieno agosto sarebbe quello dell’ immediato allungamento dell’età pensionabile. E questo – ne è conscio Berlusconi – aprirebbe una stagione di conflittualità molto forte con le parti sociali. Insomma, comunque la si metta, quello che attende il Cavaliere è senza dubbio un calvario dal punto di vista del consenso. A Storace, che lo ha incontrato, Berlusconi ha espresso grande preoccupazione perché l’anticipazione delle misure della manovra e quelle straordinarie che verranno, mineranno in modo significativo lo zoccolo duro del suo elettorato tra i ceti medio-bassi. Ma adesso pare non sia proprio il momento per pensare anche ai sondaggi in picchiata. Eppure lui ci sta pensando.