Massimo D’Alema, nel Transatlantico di Montecitorio, solo poco prima del voto sull’onorevole Papa. Massimo D’Alema, nel Transatlantico di Montecitorio, palpebre spalancate, tono indignato, mi guarda fisso e dice: “Voi de Il Fatto siete tecnicamente fascisti…”. Che cosa succede perché il Lìder maximo sia così indispettito? Mentre gli chiedo perché sia così arrabbiato fa un gesto plateale. Si toglie gli occhiali da presbite, li infila nel taschino con un gesto ampio del braccio, mi dice con tono di sfida: “Sa, quando ero ragazzo, di solito, dopo che facevo questo gesto, l’interlocutore che si trovava al posto dove lei è ora, poco dopo si ritrovava con il naso sanguinante”.

Meraviglioso D’Alema quando ti parla così e non ti rendi conto se ci creda sul serio, o se stia giocando alla parodia del bullo, così per inscenare una prova di forza con l’interlocutore: “Lei forse non sa, ma vorrei ricordarglielo che ho fatto a botte tante volte. Ma sono più quelle in cui le ho date che quelle in cui le ho prese”. I bei giorni degli scontri al “Bussola”, correva l’anno 1968, quando il giovane leader della Fgci racconta di aver tirato una molotov. Il D’Alema di oggi – invece – sorride all’imbeccata e distende il palmo, tenendolo parallelo al ventre: “Il mio fisico, come può vedere, è ancora perfettamente allenato”. La mente corre a un memorabile pezzo di Concita De Gregorio in cui D’Alema si vantava di scolpire i suoi deltoidi con un meticoloso lavoro in palestra: “Vede, io non parlo con chi si permette di mettere in dubbio la mia moralità. Non parlo con chi conduce una campagna infame contro il Pd e contro la mia persona. Non parlo con la stampa tecnicamente fascista: non parlo, quindi, con Il Giornale, con Libero, con Panorama e con il Fatto. Ovvero con i quotidiani che stanno cercando di infangare me e il mio partito”. Provi a ricordargli, a D’Alema che ha mandato una lettera a questo giornale tecnicamente fascista: “Sì, è vero. Era mio dovere rispondere agli avvisi di garanzia di Marco Travaglio. Ma il fatto che io risponda al fascismo giornalistico non mi impedisce di querelare”. Fine del prologo e domanda inevitabile. Ma perché Massimo D’Alema era così teso e arrabbiato?

Epilogo. E venne il giorno del sospetto, dentro il Pd. Per qualcuno anche il giorno dell’ira. Sembrava che si celebrasse una vittoria, solo poche ore prima, nel giardinetto di Montecitorio, con Pier Luigi Bersani che esternava felice subito dopo il sì all’arresto per Papa: “È finito il vincolo di maggioranza!”. Ma solo dopo pochi minuti la notizia del rifiuto all’arresto per il senatore Tedesco infrangeva l’idillio e squadernava il vaso di Pandora. Tedesco è stato aiutato, oltre che dalla Lega (anche) da qualche compagno di partito? L’errore nel voto denunciato in aula dal senatore Nicola Latorre era davvero un errore tecnico, come spiegava a caldo l’interessato? La notizia di un accordo fra lo stesso Latorre e il vice capogruppo del Pdl Gaetano Quagliariello per anticipare il voto era il segnale rivelatore di un accordo trasversale? Tutte queste domande, ieri, hanno preso a turbinare con una furia devastante dopo le accuse lanciate a caldo da Arturo Parisi: “Mi auguro che Latorre possa dare una spiegazione che dimostri che non c’è stato nessun patto”. Latorre è pugliese, amico di Tedesco, uomo cardine della corrente dalemiana. Il perfetto identikit di un solito sospetto, in un giorno così. “Il suo comportamento è come minimo dubbio”, attacca ancora Parisi.

Ee è così che l’idillio si muta in un incubo. La settimana scorsa, durante un dibattito alla festa dell’Unità di Forlì, Pier Luigi Bersani risponde a una domanda del giornalista de L’espresso Marco Damilano. “Berlinguer diceva che la questione morale, tolto il problema giudiziario era l’occupazione dello Stato da parte dei partiti. Non è stato un errore avere un responsabile trasporti che siedeva anche nel consiglio di amministrazione dell’Enac, decidendo persino delle rotte?”. Sorprendentemente, prima ancora di sentire la risposta, la platea esplode in un caloroso applauso di consenso, per una domanda così critica. Bersani, come spesso sa fare, non tergiversa: “Sì. Forse è stato un errore”. Ieri i nomi di quel responsabile (bersaniano) Pronzato, quello del senatore Tedesco (ex socialista emigrato nel Pd, uomo vicinissimo a D’Alema) e quello di Filippo Penati (braccio destro e caposegreteria di Bersani fino a pochi mesi fa) turbinavano nella giornata del sospetto creando problemi politici. Ed è di questo che il segretario del Pd parla quando dice: “Noi non dobbiamo fare nessun mea culpa. Siamo stati lineari e coerenti”. Ma dietro questa professione di onestà intellettuale, c’è il dubbio.

Anticipare il voto su Tedesco, dopo mesi in cui la pratica languiva, poteva testimoniare sia una volontà di chiarezza, sia quello che Il Giornale ha perfidamente definito “lo scambio di ostaggi”. Non sapremo mai se la spaccatura della Lega ha impedito un baratto, o se un altro gioco di prestigio del Carroccio ha messo nei guai il Pd senza colpe. Nei giorni dell’anniversario del discorso di Berlinguer sulla questione morale, indagini e arresti dovrebbero richiedere risposte meno irate (D’Alema) o evasive (Bersani). Tedesco non si dimette, Penati si limita all’autosospensione dalla presidenza del consiglio regionale e i militanti assistono sconcertati alla distanza che separa le invettive di Parisi e le professioni di innocenza di Latorre.

Da Il Fatto Quotidiano del 22 luglio 2011