La gru Intesa San Paolo a TorinoLa cosa più difficile è stata quella di restare tante ore sulla gru, incalzati da Polizia, Vigili del fuoco e responsabili del cantiere che volevano, minacciavano, imploravano di farci scendere il prima possibile, ma sapevano di non poter salire a tirarci giù fisicamente.

L’idea di scalare la gru del cantiere del grattacielo Intesa San Paolo di Torino emulava le proteste su gru e tetti, ma in questo caso con un taglio più ideologico che sociale.  Salire in alto, mettersi a repentaglio, rendersi visibili non per reclamare i propri diritti sociali, ma per difendere il paesaggio e una concezione da “bene comune” dell’urbanistica.  Il progetto dell’”assalto” ha preso corpo  dopo l’osservazione casuale – dagli adiacenti uffici della Provincia – di come è fatto il cantiere, e soprattutto dopo che la recente acutizzazione del conflitto No Tav ha un po’ risvegliato il movimentismo torinese. E’ sembrato ad alcuni di noi che la battaglia contro il grattacielo – difficile e dimenticata dopo che il cantiere è iniziato – potesse validamente legarsi al tema No Tav, ed entrambi al No Ticket.

Ma praticamente, preparare l’occupazione di questa super-gru è stato al tempo stesso faticoso e divertente. Avete presente un film che racconta come si mette insieme un gruppo e un piano per una rapina? Avete presente quello che ti dice che l’idea lo entusiasma ma non sa come funzionerà il suo ginocchio tra due giorni, o come starà la mamma, o che dirà la moglie, o qualunque altra variabile?

Avessimo potuto spargere la voce tra centinaia di persone, forse ne avremmo raccolte almeno una trentina. Ma non era prudente. E da certi telefoni parlavamo  in codice, come se davvero ci intercettassero in tempo reale per motivi di ordine pubblico. Con un paio di avvocati avevamo capito che il nostro eventuale problema legale si chiama articolo 633 del Codice penale. Limitato però a eventuale querela di parte se il gruppo che invade la proprietà privata è composto da meno di dieci persone. Non bisognava però sovraccaricare il modesto rischio della querela penale con il rischio civile, economico, dei danni dovuti all’interruzione dei lavori.

Con alcuni sopralluoghi avevamo capito che il cantiere  lavora il sabato fino all’ora di pranzo.  Quindi abbiamo deciso l’azione per le 14. Ma incredibile, i gruisti ancora lavorano. Decidiamo di ritrovarci alle 18. Finalmente li vediamo scendere e dopo qualche minuto ci facciamo sotto. Qualcuno poggia le scalette, due coppie di  leggerissime scalette di alluminio portatili, per scavalcare il recinto di due metri. Io salgo e scendo quei due metri goffo e un po’ affannato. Avevo immaginato (decine di volte lo avevo immaginato) di correre poi verso la scala della gru mentre qualcuno mi avrebbe gridato “Che fate, fermatevi”. Invece non succede. Inizio a salire la più lunga scala a pioli della mia vita. Ci sono rampe, e piccoli pianerottoli, e non si pencola nel cielo ma in mezzo a sbarre dritte o curve a mò di cerchio protettivo. La spinta e l’entusiasmo di salire sono più forti della inquietudine a guardarsi in giù.

Quasi sospesi nel vuoto, stretti nelle piccole piattaforme tra le rampe della scala a pioli.  E’ più emozionante che da quello che sarà un ufficio alto blindato dai vetri. Riunione a 55 metri dal suolo, dopo le prime intimazioni a scendere dai megafoni della polizia, dopo l’arrivo dei pompieri a sirene spiegate. Confermiamo  di voler continuare  l’occupazione della gru almeno fino alla fine del mattino di domenica, ora per la quale convochiamo un incontro-conferenza. Comincia una lunga e complessa notte che per motivi di spazio non posso raccontare tutta qui. Pizze negate, mamme, luci (leggi tutto il racconto su Paolohutter.eu). Ci premono con telefonate, mentre talvolta un pompiere, talvolta due salgono per convincerci a scendere. Salta fuori che è in programma proprio di domenica mattina una manutenzione eccezionale della gru.

Tra responsabili della sicurezza dell’impresa e della banca, Digos, pompieri e un consigliere comunale (Curto di Sel), un bello squadrone attende chi alle due di notte scende a parlamentare. Com’è delicata una gru, soprattutto del più alto grattacielo della più grande banca. Prende corpo la mediazione. Noi scendiamo prima dell’alba per lasciare libera la gru ai manutentori. Loro ci permettono di stare nel cantiere fino a oltre le 11 del mattino per accogliere i nostri sostenitori e lasciano anche gli striscioni fino alla fine degli interventi.

Che sarà della identificazione di noi scalatori?  Confermate le previsioni: prendono i nomi ma non ci denunciano d’ufficio. La Banca ha già detto che non ci querela (per stavolta…), l’impresa edile molto probabilmente neanche.

Qualche ora dopo l’impresa della gru, sento i muscoli un po’ provati e riguardo le foto dall’alto e dal basso. Difficilmente impediremo lo stravolgimento del paesaggio di Torino. La sproporzione di mezzi e risorse  tra noi e loro – i potenti della gru –  è plateale. Ma questo corpo a corpo, questo presidio del cielo, sono pratiche di intervento sulla città. Oltre che prove di lotta pacifica, testimoniale, radicale.

Nella foto, la gru Intesa San Paolo a Torino con gli striscioni dei No Grattacielo, No Tav e No Ticket. per ingrandire clicca qui