Il testo dello schema di regolamento approvato ieri dall’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni deve ancora essere pubblicato [ndr impensabile, evidentemente, per le procedure dell’Autorità, renderlo disponibile assieme al comunicato stampa così da evitare di lasciar spazio a inutili dubbi interpretativi] ma se il contenuto del comunicato stampa ne riassume fedelmente i passaggi più salienti si può già dire che, alla fine, la montagna ha partorito un topolino.

Viste le premesse si tratta, naturalmente, di una buona notizia anche se non ci si può esimere dall’interrogarsi sull’opportunità e sul senso di quanto accaduto negli ultimi mesi.

Lo schema di regolamento approvato dall’AGCom, infatti, sembra esaurirsi in un’interminabile sequenza di buoni propositi in relazione alla promozione dell’offerta legale di contenuti online e al recepimento di prassi e procedure già largamente utilizzate per quanto riguarda l’enforcement dei diritti d’autore.

Difficile ritenere nuova e risolutiva l’idea di istituire un tavolo tecnico [ndr chissà se qualcuno si è mai preso la briga di contare quanti sono i tavoli tecnici e meno tecnici attualmente “apparecchiati” nel nostro Paese] per facilitare lo studio e l’adozione di nuovi modelli di business da parte dell’industria audiovisiva ed editoriale e, egualmente difficile, considerare nuova la soluzione del notice and take down, utilizzata da anni dalle principali piattaforme di user generated content o, piuttosto, il potere che l’Autorità si è auto attribuita di segnalare ai giudici – non è chiaro se italiani o stranieri – eventuali violazioni perpetrate da gestori di siti internet stabiliti all’estero.

Analoghe perplessità in ordine all’utilità e novità, solleva la circostanza che l’Autorità appaia, oggi, disponibile – come da più parti richiesto – a prevedere che il proprio procedimento finalizzato alla rimozione di un contenuto si snodi lungo termini ragionevoli, preveda il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati [ndr ivi inclusi gli utenti uploaders] e, soprattutto sia destinato ad interrompersi ogni qualvolta venga coinvolta – cosa sempre possibile – l’Autorità giudiziaria ordinaria.

Serve davvero duplicare i costi di gestione di un procedimento attraverso il quale si perviene al medesimo risultato cui, da anni, chiunque può pervenire attraverso l’applicazione delle regole già vigenti [ndr legge sul diritto d’autore e codice di procedura civile] e dinanzi a un’Autorità giudiziaria ordinaria a ciò preposta [ndr le sezioni specializzate di proprietà intellettuale]?

Meglio così, val la pena ripeterlo, per fugare il dubbio che qualcuno pensi che sarebbe stato meglio se l’AGCom avesse fatto di più.

Ad un tempo però è difficile resistere alla tentazione di interrogarsi sul costo sin qui sostenuto per partorire il mini-schema di mini-regolamento: il lavoro degli uffici dell’Autorità, quello di schiere di lobbisti ed avvocati, quello dell’industria e delle associazioni di categoria, le decine di migliaia di euro buttate dalla finestra dalla Siae per acquistare inutili pagine sui giornali e, soprattutto, il nostro tempo, quello dei cittadini che hanno dovuto rimboccarsi le maniche per far sentire la loro voce.

Era davvero necessario o poteva essere evitato magari affrontando la questione in un dibattito parlamentare ampio, serio ed approfondito?

Era davvero necessario creare una tanto accesa conflittualità tra i protagonisti dello stesso mercato: major dell’audiovisivo, editori, utenti e c.d. over the top?

La mia sensazione è che, tutto questo, avrebbe potuto essere evitato se un manipolo di uomini non avesse dovuto dar conto, ai propri padrini e compagni di merende, del proprio operato e dell’aver, almeno, provato a bloccare l’arrembaggio degli odiati pirati e a privare gli utenti della libertà di parola sul web.

Se, tuttavia, il regolamento rifletterà quanto annunciato nel comunicato stampa, sarà andata bene così – o almeno non sarà andata tanto male come si iniziava ad ipotizzare – e, pazienza, per il tempo e per i soldi sprecati, in fondo, siamo italiani, amiamo il rumore, le polemiche – specie se sterili – e la confusione.