Ecco il mio incontro-intervista con John Prideaux, autore del rapporto speciale dell’Economist sull’Italia

“Per quanto mi possa sforzare, non riesco a trovare nessun settore in cui Berlusconi abbia giovato all’Italia. Non nell’economia, che in questi ultimi anni è rimasta al palo e non ha beneficiato di alcuna riforma strutturale. Non nella fiducia verso le istituzioni, che è stata danneggiata forse irreparabilmente dal premier. Neppure nella politica estera, che ha pericolosamente oscillato tra la vicinanza alla Libia di Gheddafi o alla Russia di Putin e Medvedev”. John Prideaux, 35 anni, è l’autore del “rapporto Italia”, quasi 20 pagine di articolo – unico firmato, in una pubblicazione dagli articoli tradizionalmente anonimi – che comparirà nel prossimo numero dell’Economist in uscita l’11 giugno. Il testo è frutto di quasi due mesi di lavoro tra Torino, Milano (anche se prima delle comunali), e infine Roma alla ricerca di un quadro complessivo del nostro Paese. A 150 anni dalla sua nascita, Berlusconi ancora – e per quanto ancora? – “regnante”.

Qualche giorno fa abbiamo incontrato Prideaux nella sede dell’Economist, chiedendogli di sintetizzare per il Fatto le conclusioni della sua lunga e dettagliata analisi.

“Sono andato in Italia senza pregiudizi. E certo, il primo elemento che è emerso è quanto la situazione economica sia allarmante”. Come osservatore certamente super partes Prideaux ammette che sia la destra che la sinistra tirano acqua al loro mulino, dipingendo la prima una situazione non terribile, la seconda addossando invece ogni colpa all’attuale governo. “Ho incontrato molti imprenditori, anche importanti, del nord industriale. Ho visto voglia di fare, e realtà anche molto dinamiche e interessanti”. Ma tutto questo si infrange contro un’amara realtà. “Ho conosciuto tantissimi italiani giovani qui in Gran Bretagna, negli Stati Uniti. Ce ne sono ovunque nelle organizzazioni internazionali come nelle università più prestigiose, e tutti preferiscono non tornare. La risposta che mi sono dato è che non lo faranno finché questo sistema bloccato non cambia. È molto triste”.

Contatti con il governo ne ha avuti, ma con estrema difficoltà. “Sono riuscito a intervistare solo il ministro Gelmini. In altri Paesi sono gli stessi politici che cercano contatti con noi per chiarire la loro posizione, ma in Italia sembra ci sia molta diffidenza nei confronti della stampa estera, o forse nel confronti proprio dell’ Economist”. Sarà mica per la critica a Berlusconi, inadatto a guidare l’Italia, come titolaste anni fa? Sarà mica perché il premier pensa che siete comunisti? Prideaux non trattiene un sorriso: “Tempo fa Berlusconi era a un incontro con la stampa estera, a Roma. Incontra un giornalista inglese e gli chiede per chi scrive. ‘Per il Guardian, risponde il corrispondente. Ma anche per l’Economist. Nessuno è perfetto’, scherza. Berlusconi lo fredda: ‘Infatti, lo dice lei stesso’.

Altra figura chiave è quella di Gianfranco Fini. “Lasciamo da parte le questioni personali tra lui e il premier, la rivalità e l’ambizione. In ogni caso penso che un grande merito ce l’abbia”. Prideaux affonda il coltello in una della realtà del panorama politico italiano meno comprensibili ad un britannico, abituato ad una ordinata, persino noiosa, politica bi-tripartitica, in cui le parole della politica non hano perso tatalmente di significato. “Immagino di essere un conservatore italiano, che vuole la libertà economica e che crede nelle istituzioni. Come posso essere rappresentato da un populista come Berlusconi? Le uniche riforme liberali, negli ultimi anni, le ha fatte Bersani, con le cui politiche un cittadino di destra potrebbe tranquillamente identificarsi”.

E conclude tornando a Fini: “Penso che il leader di Fli abbia aperto la possibilità di una destra nuova. Indipendentemente da dove il suo gesto condurrà, gliene va dato atto”.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata sul Fatto Quotidiano di domenica 5 giugno 2011