Nuova tegola sul “rimpastino” di governo varato da Silvio Berlusconi che ha portato nel governo nove nuovi sottosegretari e ha premiato il sostegno dei responsabili. Dopo lo stop di Napolitano, che ieri ha chiesto la verifica parlamentare della “nuova maggioranza” che sostiene l’esecutivo, arriva anche l’avvertimento di FiniSchifani. La seconda e la terza carica dello Stato hanno fatto circolare questa mattina una nota congiunta:”I presidenti del Senato della Repubblica, Renato Schifani, e della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, a seguito della nota diramata nella giornata di ieri dalla Presidenza della Repubblica successivamente alla firma dei decreti di nomina dei nuovi Sottosegretari di Stato, si riservano di procedere alla convocazione delle rispettive conferenze dei Capigruppo alla immediata ripresa dell’attività parlamentare”.

E nel pomeriggio, anche Umberto Bossi ha fatto rientrare la polemica con il capo dello Stato. “Diciamo che riflettendoci sopra – ha detto – devo chiedere scusa al presidente Napolitano sulla faccenda dei sottosegretari, perché ha ragione”. “Ieri sera ho fatto un ragionamento – ha aggiunto Bossi – ma poi, pensandoci qualche ora, devo dire che la questione sollevata dal Presidente ha una sua ragione, visto che ci sono tra i nuovi sottosegretari alcuni che avevano votato contro il Governo”.

LA NOTA DI NAPOLITANO
Una mossa politica, ma non un’invasione di campo. La nota con cui il presidente della Repubblica chiede un passaggio parlamentare per sancire la nuova maggioranza rappresentata nel governo è, in realtà, uno schiaffo a Berlusconi. Il Quirinale non boccia, ma stoppa il rimpasto andato in scena con la nomina da parte del premier di nove nuovi sottosegretari, tutti scelti tra i rappresentanti delle nuove componenti della maggioranza (Responsabili in testa) che hanno contribuito a salvare l’esecutivo dal 14 dicembre scorso a oggi. Giorgio Napolitano, infatti, prima avverte: “La maggioranza è cambiata”, quindi invita “le camere ad esprimersi”. La partita, pensata e voluta da Berlusconi per puntellare la sua maggioranza si complica e non poco. L’intervento del Colle riaccende le polemiche con il Pdl che, infatti, ha risposto subito attraverso una nota congiunta dei presidenti dei gruppi del Popolo della libertà di Senato e Camera, Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto, e i vicepresidenti vicari, Gaetano Quagliariello e Massimo Corsaro. “Numerosi voti di fiducia – si legge – a partire da quello della svolta del 14 dicembre, hanno chiarito il quadro politico, con ripetute verifiche nelle sedi parlamentari. Le nomine di governo sono giunte dopo queste diverse votazioni e nel pieno ed assoluto rispetto delle norme costituzionali e delle prerogative del Capo dello Stato”. In serata arrivano anche le parole del premier confidate ai suoi più stretti collaboratori. Il Cavaliere si è detto sorpreso, quindi ha bollato le parole del Colle come una mossa politica. E del resto in via dell’Umiltà nessuno pensava che sarebbe stato il Capo dello Stato a far notare che “sono entrati a far parte del governo esponenti di gruppi parlamentari diversi rispetto alle componenti della coalizione” presentatasi alle elezioni politiche. Nessuno pensava che Napolitano potesse chiedere di “investire il Parlamento delle novità intervenute nella maggioranza che sostiene il governo”. In realta’ fonti ben informate fanno osservare che il presidente della Repubblica non ha chiesto alcun voto di fiducia, non rientra nelle sue preorogative. Tuttavia la nota nel Pdl viene considerata impropria e intempestiva, come ha detto il capogruppo di Ir, Luciano Sardelli.

La linea del Quirinale è chiara: il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ieri ha firmato i decreti di nomina di nove Sottosegretari di Stato, la cui scelta rientra come è noto nella esclusiva responsabilità del Presidente del Consiglio dei ministri. Ma, come si legge nella nota del Quirinale, ha allo stesso tempo rilevato che “sono entrati a far parte del governo esponenti di gruppi parlamentari diversi rispetto alle componenti della coalizione che si è presentata alle elezioni politiche. Spetta ai presidenti delle Camere e al presidente del Consiglio valutare le modalità con le quali investire il Parlamento delle novità intervenute nella maggioranza che sostiene il governo”. Ecco il contropiede. Da un lato Napolitano fa capire al premier che, se la fiducia dovesse mancare, si aprirebbe la strada per un governo istituzionale. Dall’altro passa la palla a Fini, che difficilmente si sottrarrà alla calendarizzazione di questo voto di fiducia. Con la Lega che ultimamente è piuttosto irrequieta (è ancora fresca la polemica di Bossi sui bombardamenti in Libia) e con i Responsabili stessi non pienamente soddisfatti del rimpasto (tanto che Berlusconi già ieri è stato costretto a promettere nuovi allargamenti nell’esecutivo), il voto in Aula non sarà per niente scontato.

A rendere ulteriormente incerta la situazione è il fatto che, con tutta probabilità, il passaggio parlamentare arriverà dopo le elezioni amministrative. Se non dovessero andare bene per il centrodestra, soprattutto a Milano, i dirigenti leghisti potrebbero cedere alla base “padana” che da tempo non fa mistero di non essere così contraria a un’eventuale separazione dal Pdl. Per ora, comunque, vince il fair play, con Bossi che prende le difese di Berlusconi.

Immediate le reazioni politiche all’intervento del Quirinale. Per Carmelo Briguglio, vicepresidente vicario dei deputati di Futuro e Libertà, Napolitano “prende le distanze dal rimpasto con cui Berlusconi ha pagato il prezzo della prostituzione politica consumata dal 14 dicembre in poi. Potrà non piacere ma il giudizio, formalmente implicito, sulla qualità politica dei nuovi sottosegretari è fin troppo chiaro. La maggioranza ne prenda atto e desista dal varare una legge per completare con altri nuovi sottosegretari un’operazione politicamente indecente”.

Concorde Massimo Donadi dell’Italia dei Valori. “Il presidente Napolitano ha ragione: l’attuale governo è sostenuto da un’altra maggioranza rispetto a quella uscita dalle urne e Berlusconi ha il dovere di presentarsi alle Camere e chiedere la fiducia per il nuovo esecutivo. E’ un altro governo rispetto a quello del 2008”, afferma il presidente del gruppo Idv alla Camera. “Siamo in presenza – continua Donadi – di un evidente abuso istituzionale oltre che di una vergognosa compravendita, che ha visto i posti di governo diventare merce di scambio parlamentare. Berlusconi ha ormai da anni una maggioranza a geometria variabile, quando uno esce un altro entra. Ma il governo e la politica non sono semplici somme algebriche. Per questo chiediamo a questo governo delle geometrie variabili di venire in Aula per la fiducia”.

Di governo ribaltonista parla invece il finiano Italo Bocchino. “Il presidente Napolitano – ha detto il capogruppo alla Camera di Fli – con il suo intervento fa emergere una realtà formale e sostanziale di cui non si può non tener conto e che abbiamo più volte sottolineato. Berlusconi ha posto in essere un ribaltone parlamentare pur di far sopravvivere il suo governo, sostituendo la maggioranza scelta dagli elettori con una nuova maggioranza retta da una pattuglia di mercenari a cui ha dovuto pagare un alto prezzo in termini di poltrone a spese delle istituzioni e dei cittadini”. Una delle ragioni per cui Napolitano ha diramato la nota è proprio questa: se dovesse paventarsi l’ipotesi di un governo tecnico, nessuno potrà accusarlo di essere un presidente “ribaltonista”.

I malumori, per le nomine di ieri, non sono mancaati nemmeno in casa Pdl. C’è, infatti, chi sottolinea come solo tre fra i nove sottosegretari (Villari, Misiti e Cesario) siano stati eletti con l’opposizione. Altri ricordano che dopo il 14 dicembre c’era già stato l’ingresso di Saverio Romano, deputato dei Responsabili, nominato ministro dell’Agricoltura proprio da Napolitano lo scorso 23 marzo senza nulla eccepire. Infine chi, come Corsaro, sottolinea come a dover dirimere la vicenda, secondo il Colle, dovrebbe essere anche Gianfranco Fini, “eletto nelle file della maggioranza e passato poi dall’altra parte”. L’unico a reputare “assolutamente corretto” il rilievo di Napolitano è Osvaldo Napoli, altro fedelissimo del premier. Ma lo fa per sottolineare come nelle sue parole vi sia la “presa d’atto” che in questo Parlamento “non dovrebbe esserci spazio per maggioranze diverse da quelle uscite dalle urne”. Ma se poi si dovesse insistere per un voto, aggiunge un alto dirigente Pdl, “ben venga, ora arriviamo facilmente a quota 325”.