Se ha un merito, Domenico (l’artista provocatore che due notti fa ha montato l’insegna “neonazista” sul ponticello della ferrovia fra il vecchio e il nuovo Pigneto, proprio dove inizia la periferia a Roma) è quello di averci mandato (e mi riferisco soprattutto ai media, ma non solo) in cortocircuito. E’ andato in tilt, ancora una volta, il riflesso condizionato, l’associazione di idee scontata, l’automatismo del sistema informativo. Se provate a fare una ricerca su Google, trovate trecento notizie, che derivano dalla stessa Ansa, che ripetono tutte la stessa cosa: “Scritta nazista al Pigneto”.

E dire che una cantonata simile era stata presa, nello stesso quartiere, proprio due anni fa, ed esattamente seguendo lo stesso schema: si era parlato di raid nazista contro un negozio di immigrati in via Macerata, e invece – ad assaltare il negozio – era stato un simpatico coatto con tanto di Che Guevara tatuato. Che rivendicava il suo assalto con motivazioni di sinistra, essendo intervenuto per vendicare un borseggio contro una signora del quartiere. Il cliché – poi – era sbagliato anche per le presunte vittime, visto che davanti al quell’alimentari, si riuniva una simpatica comitiva di spacciatori. Africani, certo. Ma sempre spacciatori.

Nulla è come sembra, dunque, e mai come oggi, il verosimile (prima legge di Tetris) prevale sempre sul reale: la visione manichea impone l’idea che ci siano buoni e cattivi, e un cattivo nazista è perfetto, al punto che il sindaco di destra e la presidentessa della regione di destra, devono condannare con foga dieci volte superiore al dovuto, altrimenti saranno sospettati di connivenza con gli antisemiti. Gesto non del tutto privo di motivazioni, da parte loro, se è vero che leggevo in rete commenti che dicevano: “Hanno potuto montarlo, quel cancello, perché sono stati ‘protetti’ dal giunta, perché ci sono delle connivenze, perché adesso il neonazismo è più tollerato”. Ma come si poteva pensare che per montare un cancello alle quattro del mattino, in un quartiere di periferia occorra una protezione politica?

E allora ecco che cosa vi dico. Io considero Auschwitz un luogo di culto, di memoria, e persino sacro, ci sono stato quattro volte, ne ho scritto. Ritengo che qualsiasi tentativo di revisionismo sull’Olocausto vada condannato, soprattutto quando è mosso da un intento politico e speculativo. Però devo anche dire che la beffa di Domenico secondo me non può rientrare in questa casistica: ci ha spiazzati, e ci ha costretti a riconsiderare le nostre certezze. Ci ha fatto pensare, magari, che in questa città non siamo buoni e accoglienti come pensiamo di essere, nei giorni in cui si sgombravano i Rom dalla basilica di San Paolo.

Ci ha costretto a notare che poi quel cancello era diverso da quello del lager, anche se per i media era troppo facile, quindi comodo, dire che era “identico”. Ci ha costretti a capire che poteva esserci un’idea diversa da quella che  ragionando in modo pigro ci veniva in testa. Mi ha fatto scoprire, guardando indietro, che il cronista di Repubblica.it, diversamente dalle agenzie, andando sul posto qualcosa aveva fiutato (non ha firmato il suo pezzo, spero che legga questo articolo): infatti riportava dei commenti in cui persone non certo sospette di simpatie naziste consideravano quel gesto “geniale” (oserei dire: aveva capito, ma se avesse dubitato, i suoi capi cosa avrebbero detto?).

Io spero che Domenico, ragazzo fuori sede, precario, lucano, trentenne, figlio di operai, che fa l’artista nelle periferie e si guadagna la vita facendo corsi di grafica con i disoccupati, non finisca in carcere per questa provocazione. Gli basta la paura che si è preso, vedendosi imputato per apologia di Olocausto e simili amenità. E se merita una punizione, dopotutto, la meritiamo pure noi, che ormai sembriamo incapaci di ragionare al di fuori del congegno micidiale dell’emotività televisiva, e della ricerca continua del cattivo sociale. In altri tempi mi sarei incazzato molto di più con lui. In questi tempi, nell’epoca del falso industriale e delle manipolazioni istituzionali, mi viene quasi da essergli grato per averci ricordato l’obbligo del dubbio.