Almeno su un punto sono tutti d’accordo, laici e cattolici: c’è bisogno di uno strumento che regoli il fine-vita. Testamento biologico o “Dat”, che significa dichiarazioni anticipate di trattamento. Ma le opinioni su come regolamentare per legge il diritto di scelta sul proprio destino terapeutico restano più che mai divergenti.

Una distanza che è stata ribadita anche al convegno “Privi di morte, orfani di vita” organizzato giovedì a Torino dall‘Associazione italiana paralisi spastica. Obiettivo dell’incontro, come ha ribadito il presidente dell’Aips Angelo Catanzaro, era “affrontare temi delicati, non perché siamo schierati, ma solo per aiutare i cittadini a farsi un’idea”.

Sullo stesso palco si sono confrontate persone con visioni opposte sul fine-vita: da una parte i “laici” Mina Welby e Beppino Englaro, dall’altra i “cattolici” Enrico Larghero e Giovanni Battista Pietragalla.

“La libertà personale è inviolabile”, ha sottolineato Mina Welby richiamandosi alla Costituzione. Lei è la vedova di Piergiorgio Welby, l’uomo che il 20 dicembre 2006 chiese e ottenne che gli fosse staccato il respiratore cui era attaccato da anni. La “dolce morte” di Piergiorgio aprì un caso politico sul fine-vita che contrappose le opposte sensibilità di cattolici e laici. Ma che soprattutto evidenziò la mancanza di una chiara normativa in materia.

Dopo anni di discussioni la proposta è arrivata. Si tratta del ddl 2350 del 2009 proposto dal senatore Raffaele Calabrò del Pdl. “Un provvedimento confuso e complicato – ha sottolineato Mina Welby – che lascia molti dubbi a medici, pazienti e familiari dei malati terminali”. Al contrario la proposta targata Pdl piace alle gerarchie cattoliche che con Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha sottolineato la necessità di “limiti e vincoli precisi a quella ‘giurisprudenza creativa’ che sta già introducendo autorizzazioni per comportamenti e scelte che non possono restare affidate all’arbitrarietà di alcuno”. Peccato che, secondo Mina Welby e l’Associazione Luca Coscioni (di cui Piergiorgio era co-presidente), questa normativa non ponga rimedi all’eutanasia clandestina che “sappiamo viene praticata. A fine aprile – ha assicurato la vedova Welby – nei giorni del voto, saremo sotto il Parlamento a farci sentire”.

Per il momento il vuoto legislativo è colmato dalla Corte costituzionale e dalla magistratura ordinaria. Come nel caso di Eluana Englaro, la ragazza che, dopo 17 anni di vita in stato vegetativo, è morta il 9 febbraio in seguito all’interruzione dell’alimentazione artificiale. “Voglio vedere quando a qualcuno capiterà qualcosa di simile a quello passato dalla mia famiglia, se non impugnerà davanti alla magistratura il proprio diritto di decidere”, ha detto Beppe Englaro, padre di Eluana.

Nel frattempo alcune amministrazioni comunali hanno istituito dei registri in cui i cittadini possono lasciare scritte le proprie volontà in merito al trattamento sanitario in caso di malattie terminali. E’ il caso di Torino dove il consiglio comunale ha deliberato durante i primi giorni di marzo l’istituzione di un registro. “Nei paesi dove è già in vigore vi ricorre non più del 10-20% della popolazione – ha detto Larghero, vicedirettore del Centro bioetico dell’Arcidiocesi di Torino – Non c’è stata una corsa al testamento biologico proprio perché da solo non risolve i problemi della medicina”.

I due dottori di area cattolica presenti al dibattito non si sono detti contrari alla dichiarazione anticipata di trattamento. Ma hanno ribadito come il compito del medico sia quello di curare. E che ciò che i “pro choice” definiscono accanimento terapeutico, altro non è che “medicina difensiva, applicata per non incappare in denunce e processi”.

Insomma, se è vero che tutti sono d’accordo sulla necessità di uno strumento che regolamenti il fine vita, è altrettanto vero che le opinioni in merito sono ancora molto distanti.

E il convegno di Torino non ha fatto altro che ribadire le divisioni dell’opinione pubblica.