La tragedia immane di Fukushima ha segnato una data storica nell’immaginario collettivo globale.

La Cina ha bloccato la costruzione di nuove centrali nucleari, la Germania ha deciso di sospendere il prolungamento del ciclo di vita operativo di 16 reattori, la Svizzera ha bloccato la procedura di domanda di autorizzazione di tre nuovi siti.

In tutto il mondo ci si interroga seriamente, mentre risuona ancora forte l’appello di Futoshi Toba, uno dei martiri che si è sacrificato a Fukushima offrendosi volontario per riparare i danni al reattore 4 e che, ricoverato in un centro di Tokyo per le radiazioni che lo hanno investito, ha dichiarato: “Prego il mio Paese di riflettere se questa è la strada giusta per assicurarci un futuro“.

In Italia, dopo un primo tentativo del nostro Governo di andare avanti come se nulla fosse avvenuto, il peso dell’opinione pubblica – così come rilevato da tutti i sondaggi – e la prossimità delle elezioni amministrative hanno portato alle dichiarazioni fuorionda del ministro Prestigiacomo e alla famosa “pausa di riflessione”, che speriamo non duri solo fino alla tornata elettorale di maggio.

La stragrande maggioranza degli italiani (68,4% secondo un sondaggio di Fullresearch) è ora fermamente contraria al nucleare e favorevole alle rinnovabili.

Viene tuttavia da chiedersi: ma è mai possibile che si debba sempre arrivare alla tragedia? Che non si possa fare una riflessione prima?

A tale scopo, con lo spirito costruttivo di voler prevenire, credo che sia utile provare a tracciare un parallelo fra le centrali nucleari e il ponte sullo stretto, preso come esempio emblematico di tutte le grandi opere.

Da un punto di vista economico sono entrambe opere faraoniche, costosissime e in larga parte a carico dei contribuenti. (E forse proprio nei loro costi va ricercata la vera ragione “politica” della loro scelta). Il ponte sullo stretto costerebbe infatti 6,3 miliardi di euro, oltre ai 122 milioni solo per la progettazione.

Per una coincidenza del destino è circa la stessa cifra per ognuna delle centrali che si vorrebbero realizzare nel nostro Paese (stimate fra i 6 e gli 8 miliardi l’una).

Da un punto di vista ecologico entrambe le opere hanno un impatto enorme in termini di sostenibilità, di cui forse non ci si rende neppure pienamente conto.

Il nucleare principalmente per le scorie radioattive che lascia e che impiegano migliaia di anni a decadere.

Il ponte anzitutto per il saccheggio del territorio che richiederebbe. Per realizzare le torri che lo dovrebbero sorreggere (alte 382 metri secondo l’ultimo progetto) sarebbero necessari 3 milioni e mezzo di metri cubi di materiali inerti (di cui 1 milione e 750 mila verrebbero da cave) e vi sarebbe una produzione di materiali provenienti dagli scavi per un totale di 6 milioni e 800 mila metri cubi (di cui 1 milione e 790 mila verrebbero riutilizzati e 5 milioni circa andrebbero a deposito).

A questi dati sull’impatto dell’opera principale, si deve poi aggiungere l’impatto delle opere connesse: infrastrutture stradali (15 km) e ferroviarie (12 km)…

Da un punto di vista degli ipotetici vantaggi, il nucleare non riduce il costo dell’energia, questo ormai è comprovato, né sostituisce le altre fonti, visto che le 4 centrali in programma in Italia coprirebbero appena il 4-5% della richiesta di energia nazionale. Appena sufficiente a soddisfare il fabbisogno dei led per lo stand-by dei nostri apparecchi domestici.

Allo stesso modo il ponte non ridurrebbe i tempi di percorrenza. Basti pensare che i pendolari fra Reggio Calabria e Messina, in un senso e nell’altro, che rappresentano la grande maggioranza di coloro che attraversano lo stretto ogni giorno, continuerebbero a prendere il traghetto perché più rapido rispetto al tragitto necessario per arrivare al ponte, fuori città.

Per non dire poi che i tecnici esterni che hanno valutato il progetto hanno stimato per il 2032 un traffico di attraversamento di appena 18.500 autoveicoli al giorno per un’infrastruttura progettata per farne transitare addirittura 100.000!

Da un punto di vista occupazionale sappiamo perfettamente che il nucleare non crea molto lavoro stabile: 100 posti di lavoro per ogni GWh di energia prodotto contro, ad esempio, i 542 dell’eolico (fonte: Worldwatch Institute).

Lo stesso possiamo dire per il ponte. Si stima che l’occupazione media nei sei anni e mezzo di lavori previsti per la costruzione del ponte supererebbe a stento le 3.000 unità, con punte massime di 4.500. Questo impatto occupazionale è definito dallo stesso progetto preliminare «non particolarmente elevato in proporzione all’imponenza dei lavori». Detto in altri termini: con lo stesso investimento, in genere, si ottiene una ricaduta occupazionale molto maggiore. A regime, si prevede la perdita di 1.100 posti di lavoro nel settore del traghettamento (fonte: Advisor del Governo, 2001), mentre l’occupazione stabile creata dal ponte non supererà le 220 unità (fonte: documenti di Stretto di Messina SpA).

Il saldo occupazionale del ponte è dunque, a regime, negativo.

Dal punto di vista della sicurezza vorrei ricordare che non esiste al mondo nessun ponte come quello che si vorrebbe realizzare sullo stretto.

Vi sono fondati dubbi sulla fattibilità tecnica, dal punto di vista ingegneristico, di un ponte sospeso con una campata unica di 3.300 metri, su cui transiterebbero sia le auto che i treni. Sarebbe infatti il triplo del ponte più lungo al mondo con queste caratteristiche, l’Akashi Kailkyo in Giappone, la cui campata centrale raggiunge i 1.191 metri di lunghezza.

Tutti i maggiori esperti di costruzioni in cemento armato affermano che solo tra 100 anni avremo le competenze tecniche per costruire una struttura come quella del ponte sullo stretto di Messina. Ma forse per quell’epoca avremo anche maturato la consapevolezza che non ha senso farla.

Infine non vorrei che dimenticassimo il fatto che lo si vorrebbe realizzare in una delle aree a più alto rischio sismico dell’intero Mediterraneo.

Già in passato Messina è stata colpita da innumerevoli terremoti fra cui il più devastante nel 1908 che distrusse il 90% degli edifici causando addirittura 80.000 morti, più del 50% della popolazione della città. Certamente si dirà che le case di quell’epoca non erano solide come lo sono ora, così come si ripete che le nuove centrali nucleari sono più sicure, pulite, etc… anche quella di Fukushima, del resto, era progettata per resistere ad un terremoto fino all’ottavo grado della scala Richter.

Cosa deve accadere ancora perché possiamo mettere in discussione il nostro senso di onnipotenza?

Dobbiamo davvero aspettare di piangere altre vittime anche per questa come per mille altre grandi opere, o possiamo prenderci una pausa di riflessione su tutta la linea e valutare l’ipotesi di un “grande piano di piccole opere”, che potrebbero davvero cambiare la storia del nostro paese?

“Piccolo è bello” scriveva in uno splendido volume Ernst Schumacher alla fine degli anni settanta.

Forse non aveva tutti i torti.