Sono inc… neri e tutto questo non lo accetteranno più. La frase scolpita nella celluloide dal Quinto Potere di Sidney Lumet potrebbe fare da slogan alla manifestazione dei giovani precari indetta per il prossimo 9 aprile da 14 rappresentanti di reti sociali. Il titolo scelto per l’iniziativa è più sobrio: “Il nostro tempo è adesso – la vita non aspetta”, non molto lontano in fondo dal “Se non ora quando?” che lo scorso 13 febbraio ha portato in piazza oltre un milione di donne.

Qui lo scandalo è più grande. Fa meno rumore del Bunga Bunga arcoriano, ma ogni giorno condiziona pesantemente la vita di milioni di ragazzi italiani. Quelli per cui la Repubblica è fondata sul lavoro precario. “Il senso di questo appello è: dateci le possibilità”, spiega Alessandro Pillitu, avvocato a partita Iva, uno dei primi firmatari dell’appello per il 9 aprile. “Noi non chiediamo sicurezze che in questo momento non possono esserci per nessuno. Chiediamo opportunità e spazi per le nuove generazioni. Chiediamo condizioni di lavoro flessibili, ma non precarie”. La piattaforma della manifestazione, sottolinea, non prevede sigle politiche. “Abbiamo voluto mettere insieme pezzi di società civile, senza partiti. Il modello è quello della manifestazione del 13 febbraio”.

Il manifesto della mobilitazione generazionale è stato lanciato sul web, uno dei grandi motori delle rivolte giovanili del XXI secolo, dai Green students iraniani al Maghreb. “Non è più tempo solo di resistere, ma di passare all’azione – si legge nel documento – un’azione comune, perché ormai si è infranta l’illusione della salvezza individuale”. “Vogliamo tutto un altro paese – scrivono gli organizzatori – Non più schiavo di rendite, raccomandazioni e clientele. Pretendiamo un paese che permetta a tutti di studiare, di lavorare, di inventare. Siamo stanchi di questa vita insostenibile, ma scegliamo di restare.

Questo grido è un appello a tutti a scendere in piazza: a chi ha lavori precari o sottopagati, a chi non riesce a pagare l’affitto, a chi è stanco di chiedere soldi ai genitori, a chi chiede un mutuo e non glielo danno, a chi il lavoro non lo trova e a chi passa da uno stage all’altro, alle studentesse e agli studenti che hanno scosso l’Italia, a chi studia e a chi non lo può fare, a tutti coloro che la precarietà non la vivono in prima persona e a quelli che la “pagano” ai loro figli”. Sono inc… neri e tutto questo non lo accetteranno più.