La riforma della giustizia si è già quasi arenata. Prima ancora che se ne conoscano i dettagli. Il Pd e Di Pietro hanno detto no, dunque la rivoluzione annunciata dal Presidente del Consiglio, che in larga parte è costituzionale, non potrà essere approvata con la maggioranza qualificata del Parlamento. Mancano i due terzi delle Camere che servirebbero per evitare , al termine di un iter lunghissimo, il referendum confermativo.

Possibile che Silvio Berlusconi e Angelino Alfano non lo sapessero? Che siano così sprovveduti? Difficile crederlo. C’è chi, anche all’interno della maggioranza, spiega che in realtà l’iniziativa è solo una cortina fumogena. Non vedrà mai la luce, ma è funzionale ai processi del premier: da domani B. si farà impallinare da tutti quelli che, come già dicono oggi, condividono poco o niente delle linee di quella che sulla carta dovrebbe essere “una riforma epocale”. E lo farà volentieri. Contento, perché vorrebbe dire che il suo asso calato sul tavolo ha avuto l’effetto desiderato. In caso di condanna per prostituzione minorile e concussione (Ruby) o per corruzione giudiziaria (Mills), infatti, il presidente del Consiglio sosterrà con i suoi elettori di essere vittima di una ritorsione da parte dei magistrati.

Non per niente ieri i membri togati del Csm, nel corso di una riunione a palazzo dei Marescialli, non hanno polemizzato, non sono entrati nel merito delle norme proposte. Hanno solo spiegato che si tratta di un clima, non di qualcosa che è sostanziale: il consigliere Francesco Vigorito, vicino all’ala della sinistra, si è limitato a dire che “intorno alla magistratura si sta formando un clima torpido, fatto di insinuazioni, attacchi e la tendenza a spiare dal buco della serratura”, riferendosi alla pubblicazione oggi sul Giornale della corrispondenza via e-mail tra magistrati.

Ma senza andare troppo lontano, basta salire al Colle per capire quale aria tira. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, stando alle indiscrezioni, si è lamentato per una celerità da parte del governo non giustificata vista la portata della riforma. E non ha dedicato grande tempo al Guardasigilli Alfano. Un incontro relativamente breve, durato circa un’ora.

E così, da questo, e molti altri segnali, diventa chiaro perché la riforma, in questa fase, serva  soprattutto al premier per presentarsi davanti ai giudici di Milano ripetendo : “Se la prendono con me perché vado a toccare i loro interessi”; “sono una casta”; “brutti, sporchi e cattivi comunisti”.

Il Consiglio dei ministri in cui il disegno di legge verrà approvato, è fissato per domani. La Lega, ancor prima di conoscerne esattamente i contenuti, ha già fatto sapere per bocca di Umberto Bossi che lo approverà a scatola chiusa. L’Ansa in ogni caso ha anticipato parte delle nuove norme: sdoppiamento del Csm, separazione delle carriere, una revisione dell’obbligatorietà dell’azione penale. Tre voci che erano nel programma di governo. E delle quali si discute da anni.

Il nodo principale riguarda l’obbligatorietà dell’azione penale, sulla quale detterebbero la linea il governo e il parlamento. Loro dovrebbero stabilire quali reati hanno la precedenza sugli altri. Un esempio a caso? Il fascicolo Ruby non sarebbe mai stato aperto. Inoltre, nel suo disegno, il governo vorrebbe una polizia giudiziaria che non lavora più al fianco dei pubblici ministeri, ma sotto la guida del colonnello dei carabinieri o del questore di turno,  dunque del ministero dell’Interno o della Difesa. Infine il Csm, separato in due tronconi (come le carriere dei magistrati) e anche questo sempre più controllato dalla politica. Una serie di provvedimenti (tutti virtuali, ovviamente) disegnati a immagine e somiglianza dei desideri della Casta. Se la riforma venisse davvero approvata sarebbe infatti la politica a decidere una tutte quali indagini si fanno e quali no. E visto che in Parlamento siedono 19 pregiudicati, un’ottantina di indagati, più una cinquantina di avvocati penalisti che di solito assistono i colleghi, è facile prevedere che le inchieste sui reati dei colletti bianchi sarebbero un capitolo chiuso.

Idv e Pd, comunque hanno detto no. Mentre Fli e Udc, attendono che le carte vengano scoperte ufficialmente, prima di esprimersi. Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, spiega : “Più che una riforma che renda funzionale ed efficiente il sistema-giustizia, Pierluigi Bersani si aspetta che la bozza elaborata dal ministro Angelino Alfano sia una “manovra per dare copertura sul piano politico al bricolage domestico di aggiustamento delle leggi ad personam utile per continuare a non parlare dei problemi seri dell’ordinamento. Questo lo vede chiunque, non è che possiamo oscillare tra manomissione della Costituzione e processo breve. Di mezzo c’è il servizio-giustizia che dovrebbe essere messo nelle condizioni di funzionare. Ma di questo è evidente che non si parla. Ho l’impressione che Berlusconi ci voglia mettere in mezzo a una tenaglia: da un lato i suoi processi, con la tentazione di forzare le regole e le norme; dall’altro alzare una bandiera. Le anticipazioni che emergono – ha continuato Bersani – parlano di cose non accettabili ma è evidente che il governo vuole mettere in moto un treno che non ha una stazione di arrivo”.

Ma che i tempi, ammesso che vengano rispettati, sono lontanissimi, lo ha già annunciato il ministro Alfano nel presentare il suo disegno: “Per la riforma della Giustizia – ha detto dieci giorni fa – ci poniamo come orizzonte il 2013. Non esiste per la sinistra italiana un tempo buono per fare la riforma costituzionale della giustizia” e ha aggiunto: “Mancano 26 mesi circa alla fine della legislatura e noi abbiamo il dovere e la necessità di discutere questa riforma in Parlamento. Il Pd e la sinistra ci dovranno dire se la riforma della giustizia va fatta e, se dicessero di no, ci dovrebbero anche dire perché. Per la doppia lettura”, necessaria per una riforma di rango costituzionale, conclude, “26-27 mesi è un tempo congruo”.

Dopo l’incontro con Napolitano, Alfano ha dichiarato ai giornalisti di essere soddisfatto: ”Ho illustrato a Napolitano il testo della riforma che porterò al Consiglio dei ministri. Il presidente della Repubblica ha ascoltato, preso atto e svolto considerazioni di carattere generale”. Da parte del Quirinale c’è stata una presa d’atto formale. Nulla di più. Probabile che ci siano state brevi valutazioni, ma difficile che una riforma “epocale” possa essersi risolta in un’ora di colloquio.