Ci penserà il calendario ad affossare i referendum. E’ questo il senso della scelta fatta oggi dal consiglio dei ministri. “Ho comunicato la decisione di firmare nei prossimi giorni il decreto per l’indizione delle elezioni amministrative il 15 e 16 maggio” ha spiegato il ministro dell’Interno Roberto Maroni nel corso di una conferenza stampa. Il cdm, ha aggiunto il ministro, non ha ancora deciso la data per i referendum, Maroni ha tuttavia precisato che la data più probabile è quella del 12 giugno, due giorni dopo la chiusura delle scuole, e giusto tre giorni prima della chiusura della finestra utile per il voto, il 15 giugno.

Quanto alla motivazione della separazione, Maroni si è giustificato invocando “una tradizione”. Tradizione o meno, la scelta di scorporare le date elettorali suona come l’ennesimo favore al presidente del Consiglio Berlusconi. Il premier teme infatti che la chiamata alle urne diventi un plebiscito pro o contro il suo governo. Peggio, contro la sua persona.

Oltre ai due referendum sull’acqua pubblica e a quello sul nucleare, infatti, nella tornata elettorale ci sarà anche il voto referendario sul legittimo impedimento. Il quesito voluto dall’Italia dei Valori, in realtà, vale poco o niente dal punto di vista formale, dopo che la Consulta ha di fatto svuotato la legge con la decisione di gennaio. Ma ha un grande valore dal punto di vista simbolico e comunicativo. Per Berlusconi sarebbe infatti una caduta di proporzioni devastanti se l’opposizione riuscisse a portare alle urne il 51% degli italiani. Il premier voluto dal popolo, che governa in nome del popolo e sfugge alla giustizia sempre in nome del mandato popolare si ritroverebbe di fatto sfiduciato dalla maggioranza degli elettori.

Molto peggio di una semplice sconfitta elettorale alle amministrative che chiameranno al voto non più di 18 milioni di elettori, Berlusconi si ritroverebbe di fronte al giudizio di almeno metà del Paese. Con buona pace della retorica che in questi giorni anima la difesa ad oltranza portata avanti dalla sua maggioranza parlamentare, quindi, il governo sceglierà il vecchio adagio di craxiana memoria. “Andate al mare” disse nel 1991 il leader del Psi di fronte al referendum voluto da Mario Segni sulla legge elettorale. Si sa come andò a finire. Per Berlusconi, del resto, i dati continuano ad essere sconfortanti. Il caso Ruby ha picchiato duro sul suo consenso. E se l’opposizione non riesce, almeno nelle intenzioni di voto, ad acciuffare nuovi voti, per il premier è una continua emorragia di gradimento personale. Lui stesso, due giorni fa si è trovato a dire: “Il 51% degli italiani è con me, il 49% mi detesta”.

In ogni caso, sottolinea l’opposizione, la tradizione che Maroni vuole rispettare è decisamente costosa per le tasche dei cittadini. “Dire no all’election day – ha commentato il capogruppo alla Camera del Pd, Dario Franceschini – significa buttare dalla finestra 300 milioni di euro in un momento di crisi economica per le famiglie e i lavoratori”. Franceschini va diritto al punto: “Il governo ha anticipato il no alla nostra richiesta di election day unicamente per impedire che il referendum sul legittimo impedimento raggiunga il quorum”. Il capogruppo Pd ha ricordato che tra due settimane in aula alla Camera si voterà la mozione da lui presentata per impegnare l’esecutivo all’indizione dell’election day: “Lì vedremo chi ha a cuore i processi del premier e chi invece le tasche dei cittadini italiani”.

Sulla stessa linea il segretario dell’Idv Antonio Di Pietro: “Il Governo è impaurito, truffaldino e anche un pò ladro poiché, decidendo di mandare a votare gli elettori una settimana dopo l’altra, spende il doppio dei soldi quando, invece, potrebbe concentrare il tutto nella stessa settimana. Questo – prosegue Di Pietro- con l’unico scopo di impedire ai cittadini di andare a votare una sola volta e raggiungere così il quorum su tre temi fondamentali: l’acqua, il ritorno al nucleare e, soprattutto, il legittimo impedimento. Con quest’ultimo quesito i cittadini potranno decidere se tenersi ancora il sultano di Arcore che si fa le leggi ad personam e non nell’interesse degli italiani”.

Dai comitati promotori dei referendum arriva invece la richiesta di ripensamento. Associazioni ambientaliste e promotori presidiano, con banchetti e striscioni, l’area davanti a Montecitorio. Tra le sigle presenti, Legambiente, Wwf, Lipu, Greenpeace e Fare Verde. “Siamo qui per chiedere l’accorpamento del voto per i due referendum con le elezioni amministrative che si dovranno tenere a maggio – spiega Paolo Cassetti, del Comitato referendario ‘Due sì per l’acqua bene comune’ – per garantire la partecipazione popolare al voto e il contenimento della spesa pubblica”. Chiedendo l’accorpamento con le amministrative 2riprendiamo la proposta dello stesso ministro Maroni sul risparmio dei costi fatta nel 2009 per il referendum costituzionale”, continua Cassetti. Vincenzo Miliucci del Coordinamento antinucleare aggiunge: “Noi chiediamo che di fronte a un voto che coinvolge 56 milioni di italiani, come quello del referendum, sia più importante delle elezioni amministrative che riguardano invece 18 milioni di italiani. Mentre il ministro Maroni invece vuole rimandarlo alle calende greche dicendo che si andrà a votare a giugno”.