Poche cose sono certe nella vita. Il male, fino a ieri, era una di queste. Un tempo, infatti, il male era un punto fermo, qualcosa che disponeva gli uomini da una parte o dall’altra. Coloro che di volta in volta incarnavano il male erano totalmente inquadrati a servizio di una causa, in due parole, facevano paura.

Consideriamo l’idea che si aveva dei più feroci serial killer della storia, ovvero i dittatori.  Prendiamo il più famoso di tutti, Hitler, e pensiamo per un attimo all’abominevole e terrificante formalismo della sua figura. Il ciuffo nero che si scompaginava sulla fronte mentre pronunciava i suoi discorsi rochi e indemoniati, davanti a platee marziali tra le cui file soffiava come una corrente gelida, un alito di morte. Le categorie del buffo, del bizzarro, non facevano parte di quel macabro apparato scenico. Il male in Hitler era un abisso nero, un gorgo vuoto, qualcosa di inumano che non lasciava speranze.

Veniamo adesso ai giorni nostri e prendiamo ad esempio il Gheddafi che durante un discorso di qualche giorno fa se la prende con “topi e roditori”, che dice di se stesso di essere “la gloria”, che ci informa che i giovani rivoltosi sono stati presi di forza dalle famiglie e “gli sono stati dati allucinogeni”, consideriamo questo tiranno di nuova specie che si allontana davanti alle telecamere accompagnato da un gruppetto di fedelissimi armati di baciamano su una macchinetta che sembra un incrocio tra un’apecar e un caddie elettrico di quelli che si vedono sui campi da golf, con tanto di vetro accomodato alla bell’e meglio grazie a una striscia di nastro adesivo. Uno così, anziché rifare il remake di Hollywood Party o recitare personalmente una parte in Una pallottola spuntata, oggi come oggi impersona il male. Il male metafisico e il male materiale.

Come aveva ben intuito il Chaplin de Il grande dittatore, è possibile imbastire una satira grottesca del male assoluto. Saper cogliere il paradosso, il bizzarro, nell’agghiacciante follia hitleriana, era però merito di quel genio comico. Il paradosso comico in Hitler infatti non era qualcosa di immediatamente riconoscibile. Il dittatore odierno, invece, è più simile a una macchietta che a un demonio in carne e ossa. Sembra non esserci nulla di serio nei suoi ridicoli sproloqui. Eppure, dietro l’assurda bizzarria di un Gheddafi, c’è la schiavitù e la morte di migliaia di persone.

A dire il vero, in molti sostengono che anche il fascismo fu una barzelletta, una buffa pagliacciata. E molto del fascismo fu teatro, messinscena, a parte il “dettaglio” dei confinati, dei perseguitati politici, delle leggi razziali, eccetera. Ma si sa, noi italiani da sempre esportiamo folklore. Così, rispetto al passato, i termini della questione si sono ribaltati. Se nel secolo scorso la sfida era cogliere il comico nella tragedia, oggi, per un Gheddafi che trasmette il suo show in mondovisione, bisogna essere bravi a riconoscere nella pantomima l’orrore. Diciamolo: di questi tempi, all’apparenza, anche il male non è più una cosa seria.