E’ il tempo dei festeggiamenti per il Tea Party. Il “DREAM Act”, la proposta di legge per assicurare la cittadinanza ai figli degli immigrati illegali, è naufragata al Senato. L’intera politica sull’immigrazione del presidente Barack Obama appare compromessa. “L’incubo DREAM Act si è concluso”, “Congratulazioni! Ce l’abbiamo fatta!” recitano le mail che le varie anime del movimento – il Tea Party Express, la Tea Party Nation, i Tea Party Patriots – si scambiano in queste ore. Dietro la gioia dei militanti, c’è una realtà ancora poco esplorata, ma che diversi gruppi per i diritti civili cominciano a segnalare: le milizie dell’estrema destra radicale, xenofobica, armata, si sono insinuate nei vari Tea Party. Hanno ottenuto una legittimazione politica. Hanno festeggiato il loro primo successo proprio con la fine del “DREAM Act”.

“E’ in corso un processo di saldatura tra movimenti anti-immigrati e Tea Party”, racconta Marylin Mayo, ricercatrice dell’Anti-Defamation Legue. E’ un processo appunto oscuro, sotterraneo, su cui si sta appuntando l’attenzione dell’FBI e delle varie polizie statali. “L’enfasi del Tea Party sulle questioni dell’immigrazione cresce”, spiega ancora la Mayo, che ricorda che il movimento, ai suoi esordi, non ha un carattere xenofobico. Sono piuttosto le questioni legate alla responsabilità fiscale, all’autonomia dal governo centrale a infiammare la fantasia, e le azioni, dei primi aderenti del Tea Party. Un sondaggio Gallup a inizio 2010 rivela che le prime ragioni di preoccupazione, per questi militanti, sono le tasse e il terrorismo. Non l’immigrazione. Ancora nel marzo 2010 Dick Armey, celebre ex-deputato repubblicano, una delle “menti” del movimento, lamenta l’eccessiva vicinanza al Tea Party di un leader xenofobico e razzista come Tom Tancredo.

Poi però succede qualcosa. La battaglia sulla sanità pubblica di Barack Obama scatena le truppe del Tea Party. E i militanti anti-stranieri vedono in quell’enfasi populistica e visionaria una buona occasione per venire allo scoperto. Alle riunioni degli antitasse cominciano a comparire i fautori dell’America “bianca”. Roy Beck, direttore esecutivo di NumbersUSA, un gruppo “per livelli più bassi di immigrazione”, parla alla prima convention del Tea Party a febbraio. Qui fa la sua apparizione anche Jeff Lewis, direttore di FIRE, una coalizione dai contorni piuttosto oscuri, da più parti accusata di alimentare la violenza contro gli immigrati (sul suo sito si possono denunciare gli illegali e chi dà loro lavoro). E’ soprattutto l’odio nei confronti del governo centrale a favorire la saldatura: per i Tea Partiers il governo centrale è onnipresente; per i gruppi suprematisti bianchi non fa abbastanza per cacciare gli stranieri. Non a caso “Don’t Tread On Me” (Non calpestarmi), il motto delle prime colonie americane in lotta contro l’Inghilterra, diventa la parola d’ordine di entrambi gli schieramenti contro le usurpazioni del “socialista” Barack Obama e del suo governo (e non a caso la leggenda di Obama “privo della cittadinanza americana” è moneta corrente tra i militanti di questi gruppi).

E’ così che oggi, tra i sostenitori del Tea Party che festeggiano per la caduta del “DREAM Act”, troviamo vecchie conoscenze dei movimenti suprematisti bianchi. Gente come Al Garza, ex-presidente dei Minuteman Civil Defense Corps, una milizia di civili armati a difesa del confine col Messico (Garza si è dimesso, ed è passato al Tea Party, dopo che una sua collaboratrice ha assassinato un immigrato e il figlio di 10 anni); o Jeff Schwilk, altro ex-Minuteman di San Diego, ben noto ai tribunali dello Stato per i frequenti pestaggi dei lavoratori che passano ogni giorno la frontiera con il Messico; o ancora Robert L. Schultz, leader di “We The People Foundation”, oggi immancabile ai meeting del Tea Party nello stato di New York, sospettato di essere una delle menti dietro l’attività di milizie armate di Christian Patriots . Si tratta di una destra radicale, razzista e parafascista, sino a qualche anno fa tenuta ai margini della politica ufficiale, ma che ora, attraverso l’ascesa del Tea Party, è arrivata a Washington, parla con gli eletti del Congresso, riesce a darsi una patina di rispettabilità politica. Per questo movimento c’è già il prossimo obiettivo: un referendum in California, per approvare una legge sull’immigrazione simile a quella dell’Arizona (che attribuisce alla polizia il potere di fermare chiunque possa essere solo sospettato di immigrazione illegale). L’ideatore del referendum si chiama Michael Erickson. Oggi è membro del Tea Party. Un tempo faceva parte, guarda un po’, dei Golden Gate Minutemen, altri vigilantes di frontiera.

di Roberto Festa