Riguardo agli scontri tra manifestanti e polizia del 14 dicembre scorso, sino ad oggi ho ascoltato tanti discorsetti da anime belle e damine della San Vincenzo, ben pochi ragionamenti politici. Il tutto nella non gradita né gradevole compagnia di una vera orgia di terrorismo verbale “da regime”, con l’incubo black-bloc evocato artificiosamente allo scopo di fargli svolgere il ruolo della bestia satanica nel sabba delle streghe.

Stando allo stato dell’arte del pubblico dibattito, sembrerebbe – dunque – che il tema sia solo quello del rapporto con la violenza di piazza. E l’oggetto del contendere rispetto ai giovani scesi in tale piazza sarebbero le condizioni per essere accreditati come soggetti cui concedere graziosamente il diritto di poter interloquire su fatti che li riguardano direttamente (ma pensa te!); secondo Roberto Saviano soltanto se abiurano, secondo Michele Santoro comunque.

Fermo restando che nessun cittadino di “sani principi” mai potrà accreditare il diritto al vandalismo, non sarà che qui ci si concentra su un aspetto (tutto sommato) secondario, sotto il profilo dell’analisi delle dinamiche sociali in corso, perché si è alla deliberata ricerca di un diversivo? Il classico dito per non vedere la luna (che pure indicherebbe)?

Invece, a parere dello scrivente il vero tema è quello del rapporto tra movimenti e istituzioni, quale indicatore primario dello stato di salute di qualsivoglia democrazia. Nel nostro caso italiano, una condizione quasi terminale.

Movimenti e istituzioni svolgono in un sistema democratico funzioni paragonabili a quelle della diastole e della sistole nella circolazione cardiaca: aprono e chiudono i canali che alimentano vuoi il flusso sanguigno, vuoi i processi di fluidificazione delle dinamiche politiche attraverso il ricambio (di idee come di personale). Per quanto riguarda il nostro sociale, una dinamica bloccata da tempo immemorabile. Tanto che proprio su questo blog si è discusso del fatto che i movimenti degli ultimi anni (Onda Anomala, Popolo Viola, prima di loro i Girotondini) sono stati rapidamente condannati all’entropia e poi al definitivo esaurimento proprio perché dalle istituzioni non sono mai giunte sponde grazie alle quali ricevere legittimazione, recezione, al limite rappresentanza.

Infatti, quando ai movimenti viene bloccato il deflusso fisiologico, possono succedere due cose: o avvizziscono e muoiono, oppure impazziscono.

Forse è proprio di questo che ci si dovrebbe preoccupare davvero.

Se la soggettività del sociale avvizzisce e poi muore ne consegue un grande e gravissimo impoverimento dello stesso pluralismo, con il contestuale blindarsi delle istituzioni in palazzi inavvicinabili. E questo era – sino a ieri – la nostra situazione, in cui la dinamica berlusconismo – antiberlusconismo consentiva agli eterni mestieranti di riproporci le solite, immutabili, gag, conservando i propri strapuntini nelle accoglienti stanze del potere (e – quindi – assicurando allo stesso Berlusconi il mantenimento del ruolo di perno centrale nel governo di un Paese malato).

Ma se la soggettività sociale impazzisce, allora gli effetti diventano assolutamente incontrollabili. Ne abbiamo avuto una non rimpianta esperienza negli anni di piombo del terrorismo. Sembra proprio che non si sia appresa la lezione: quando i terremotati dell’Aquila, gli studenti delle nostre scuole, i sinistrati campani continuano inutilmente per anni a proclamare e ribadire le loro legittime istanze, i loro sacrosanti diritti, ebbene c’è sempre il rischio che la ragionevolezza finisca per andare smarrita; insieme alla pazienza fiduciosa di venire ascoltati, prima o poi.

Un’ottima notizia per gli spaccaossa professionali come il sedicente ministro Ignazio La Russa o le starlet degli arresti mediaticizzati come il narcisistico sceriffo Roberto Maroni. Gente che scherza col fuoco senza troppe preoccupazioni perché sa che un’avvitamento di spirali perverse consentirà loro di applicare quelle ricette “legge e ordine” che puntelleranno al meglio il loro traballante potere.

Pessima notizia – invece – per una sinistra che dovrebbe finalmente aver capito come la sua rinascita non avviene nei talk show televisivi ma ritrovando rapporti stabili con il sociale in movimento; dunque, alla ricerca di sponde nella politica per poter svolgere il proprio compito di rinnovare le istituzioni.

Ma qui siamo alle cavatine di provincia del Bersani o di quell’altro che vanno sui tetti a stringere le mani a quanti protestano da giorni, previa presenza delle troupe di ripresa televisiva. Per poi rifilarci nel solito salotto televisivo una non richiesta tirata sulla non violenza (gandhiana o meno) che dimentica tranquillamente le cause e le responsabilità. In larga misura proprio loro.

Del resto, in queste comparsate allo sciroppo di rose è molto più efficace Pierfurby Casini, il chierichetto dal sorriso malandrino che – anche se non lo dichiarerà mai – augura pure lui ai movimenti una morte rapida. Però “dolcissima”. Come il suo eloquio ammaliatore, da finto preoccupato per quei ragazzi allo sbando…