Il ministro Gelmini ha reso noti ieri gli “sprechi” dell’università e l’elenco dei corsi di laurea inutili.

Certo, non è difficile trovare sprechi in qualsiasi contesto in un Paese dove ci sono decine di migliaia di auto blu per i politici sedicenti “tagliasprechi”, o trovare approfittatori in un Paese dove sono centinaia i politici inquisiti e molti di essi sono stati condannati. Quindi anche l’università – come altre istituzioni – avrà i suoi sprechi e i furboni che approfittano delle pieghe della legge per costruirsi il proprio piccolo impero.

Tuttavia, quello che mi ha colpito è stato l’elenco dei corsi di laurea inutili. Il ministro ci dice che tra i corsi di laurea attivati negli ultimi anni “figurano: Scienze dell’allevamento e del benessere del cane e del gatto, Scienza e tecnologia del Packaging, Scienze della mediazione linguistica per traduttori dialoghisti cinetelevisivi”.

Non mi soffermo sull’utilità di quest’ultima specializzazione perché non sono un’esperta (ma chiunque conosca l’inglese si accorgerà di quante volte il dialogo al cinema sia tradotto letteralmente mentre il vero senso della frase era un altro, per via degli aspetti idiomatici, per cui non si comprende più nulla e forse ci sarebbe bisogno di una figura che medi linguisticamente, in un Paese come il nostro dove l’industria cinematografica è abbastanza forte e che è uno dei pochi al mondo a prevedere il doppiaggio sistematico dei film), ma noto che il Ministero sottolinea come addirittura esista un corso di laurea in Scienza e tecnologia del packaging!

Ora, essendo io un ingegnere specializzato in automazione industriale ed energy management, non trovo assurdo che in Italia esista un corso di laurea in Scienza e Tecnologia del packaging, ma che ce ne sia uno solo!

Per capire l’importanza di questa specializzazione basta pensare che – eccetto l’umido e la cencelleria – tutta la nostra immondizia è costituita da packaging, che altro non è se non l’imballaggio degli alimenti e di ogni altro prodotto, dal rossetto ai mobili, dai liquidi al tonno.

Oppure basterebbe vedere che alcuni atenei esteri, come l’Università di Stato dell’Indiana, hanno una facoltà con lo stesso nome, e che l’Università di Stato del Michigan ha addirittura una Scuola di Packaging. E questo solo per citare due università degli Stati Uniti, Paese mitizzato da questo governo, ad esempio, per quanto riguarda il sistema giudiziario.

Ma, per sapere quanto è importante lo studio del packaging, anche non volendo approfondire, il ministro avrebbe potuto inserire su Google il tris di termini inglesi (visto che l’inglese e l’informatica sono – a parole – due bandiere di questo governo) “science”, “technology” e “packaging”, ed avrebbe trovato ben 7.150.000 risultati (e stiamo parlando solo dell’inglese). Quindi tale specializzazione non è un’inutile invenzione dell’università italiana che l’ha avviata (Parma), ma un tema importante dibattuto da atenei ed industrie di tutto il mondo.

Come dicevo, uno degli aspetti chiave della questione sono i rifiuti, l’enorme quota di immondizia che si produce grazie al packaging e di cui si parla tanto in questi giorni nel nostro Paese come emergenza. Con questo corso di laurea si studiano – oltre alle tecniche di conservazione degli alimenti e altre discipline affini – la composizione chimica degli involucri e il loro design. Quindi, incrementando tale indirizzo di studi, si potrebbe pensare che tutte le grandi imprese assumano un esperto in packaging orientato al “verde”, ovvero ad un imballaggio il più piccolo ed organico possibile, o con il più alto rendimento energetico ed il minor impatto ambientale possibile, quando la soluzione finale sia  la trasformazione in ceneri. In tal modo si ridurrebbe la massa dei rifiuti e in essa la quota dei rifiuti non organici e non riciclabili o dannosi per la salute.

Invece, poiché esiste soltanto un corso di laurea di questo tipo in Italia, il ministro ritiene si tratti di una cosa da depennare. Se il criterio è questo, mi spaventano le conseguenze sull’intera riforma.

Ora mi chiederete perchè un blog che si propone di parlare di legalità e diritti nella scuola si soffermi su questo tema. La risposta è che anche la corretta informazione è un diritto, ed invece trovo su Internet commenti di inconsapevoli cittadini che etichettano come inutile il corso in questione perchè l’ha detto il Ministero (dell’Istruzione, poi), che si presume sappia il fatto suo.