Certo, in Italia le questioni serie sono altre e si chiamano “punti di crisi” (economica, sociale e culturale). D’altro canto, pure la critica del costume aggiunge non inutili elementi alla ricostruzione della catastrofe di civiltà in cui languiamo ormai da troppo tempo. Ad esempio il nuovo look berlusconiano, esibito durante il recente summit dei leader occidentali a Lisbona: la sostituzione dal doppiopetto con revers ascellari, modello “sogno di ragioniere”, con il monopetto e quel panciotto striminzito con fuoriuscita di cicce sui fianchi già adottato dall’arbiter elegantiarum Sylvester Stallone. Insomma, dopo il modello “cummenda brianzolo” ecco lo stile “burino rifatto”. Ennesimo segnale di una definitiva prevalenza del cafone. Peggio, invadenza che si traduce nell’alluvione di modi volgari a sommergerci, in cui magari galleggiano gli orripilanti riporti di Schifani Renato e le sguaiataggini della Mussolini Alessandra, che ulula strabuzzando gli occhi e spalancando la boccaccia tumefatta.

Un’etica svelata dall’estetica, che si attualizza nelle nuove regole del gusto:

a) il culto dell’artefatto; dunque la ricostruzione dell’habitat secondo criteri fasulli, che oscillano dal cartongesso delle Disneyland e dintorni al fittizio da villaggio vacanze in quel di Sharm El Scheikh (dove il beduino della tenda è nato a Bergamo). Variazione sul tema dei nanetti sparpagliati nel giardino della villetta del padroncino, che raggiunge l’apoteosi nel finto vulcano e ammennicoli vari della residenza sarda di Silvio Berlusconi. Tracima nella follia di aggiustare le statue ellenistiche che adornano le sedi istituzionali aggiungendo al millenario originale i pezzi andati perduti nei secoli – la mano a Venere, il fallo a Marte – e giustificando tale intervento devastante con la motivazione naif che “erano rotte”.

2) il mito dell’eleganza trucida; dunque la sottomissione ai diktat di presunti santoni della moda, specializzati nel rivestire il plebeo proponendone i modelli per un pubblico assetato di marchi costosi: dal bagnino di Capri unto d’olio e l’ostricara pelosa già dal sopracciglio unificato, tipo material girl Madonna-Ciccone, alla pupa del gangster con spacciatore colombiano dalle spalle imbottite al fianco. A fronte di proposte così pacchiane assistiamo a una sorta di ritorno al classico secondo i criteri dell’arrampicatore sociale. Non a caso Il Giornale – per la penna dell’irrimediabilmente negato in materia Massimiliano Parente – ha incoronato il proprio direttore (sospeso) Vittorio Feltri quale esempio di naturale eleganza. Quando la di lui “naturalezza” è solamente quella di un palese imitatore dello stile “vecchia Inghilterra” suggeritogli dal consulente d’immagine, per cui ci si atteggia a gentiluomo di campagna o a yachtman restando in città: caricature maldestre.

3) il miraggio dell’eterna giovinezza; dunque l’imbarazzante spettacolo tendente all’osceno di capelli color mogano e mascheroni mummificati dai lifting in un’unica espressione immutabile, messi in mostra da una masnada di zombizzati dal rifiuto di metabolizzare con decenza lo scorrere del tempo. Cui fa pendent l’ideale del corpo palestrato, con quell’incredibile ventre trasformato nello scudo addominale a corazza (chelonia) della testuggine o l’irreale seno antigravitazionale: materiale offerto ai servizi fotografici dei settimanali di famiglia dei Piersilvi e delle Marine.

Sicché da questa estetica comprendiamo meglio i principi che la presuppongono: l’idea di un tempo immobilizzabile grazie ai soldi, l’apparire come occultamento dell’essere, la cultura dell’incultura tracotante e soddisfatta.

Qui potrei concludere la mia personale critica sociale del gusto (Pierre Bourdieu dixit). Solo una notazione ulteriore: scorrendo i blog “a cinque stelle”, apprendo che certi grillini mi hanno candidato all’ambito titolo di “supercazzola 2011” (dopo che il loro capo mi ha già gratificato di quella del giorno). Ciò perché, ironizzando, tenderei a minimizzare la gravità della situazione. Potrei dichiararmi onorato (“parlate male di me, ma parlate di me”, diceva un tal dandy). Ma non è così. Possibile non si capisca che la denuncia (più che doverosa) delle malefatte conferma i convinti ma non scuote quanti ritengono il malaffare sommamente trendy; mentre la critica sociale del gusto impatta sul campo avverso minacciando l’autostima ipertrofica di chi si sente il massimo dell’up to date? In quanto utile divisione del lavoro.

Possibile – più in generale – che tra la posizione degli apocalittici (il vaffa) e quella degli integrati (non ci sono alternative) stenti a emergere un barlume di atteggiamento critico? Del resto non sono né un magistrato né un giornalista d’inchiesta. Soltanto un vecchio borghese con una certa praticaccia nella semiologia del costume, messa sommessamente al servizio della causa disperata di ritornare a essere un Paese più civile. Uno che alla domanda “con chi stai” vorrebbe rispondere come John M. Keynes: “se dovessi stare, starei dalla parte della borghesia colta”. Scelta sostanzialmente impraticabile in un’Italia così inguaribilmente incanaglita.