Si chiama Paola. Paola Caruso. E’ una giovane giornalista di 40 anni. Precaria. Come tanti. Come troppi. Ha deciso di fare lo sciopero della fame per protestare contro la mancata assunzione al Corriere della Sera. Da sette anni lavora per il Corriere, da tre anni ha un contratto di collaborazione coordinata e continuata (co.co.co), cedolino, Cud, con il quotidiano di via Solferino. Ma quando si è liberato un posto (a tempo determinato) per le dimissioni di un redattore, l’azienda le ha preferito un ragazzo proveniente dalle scuole di giornalismo. Che si tratti di una di quelle scuole dove insegnano, lautamente pagati, alcuni dei direttori e delle principali firme dei più grandi quotidiani nazionali, che sono poi i giornalisti che danno disposizioni su chi deve essere assunto e chi no nelle loro testate? Dal blog di Paola non si capisce. Ma il dubbio resta.

Andiamo avanti. Scrive Paola sul suo sito: “Aspetto da tempo un contratto migliore, tipo un art. 2. Per raggiungerlo l’iter è la collaborazione. Tutti sono entrati così. E se ti dicono che sei brava, prima o poi arriva il tuo turno. Io stavo in attesa.  La scorsa settimana si è liberato un posto, un giornalista ha dato le dimissioni, lasciando una poltrona (a tempo determinato) libera. Ho pensato: “Ecco la mia occasione”.

Neanche per sogno. Il posto è andato a un pivello della scuola di giornalismo. Uno che forse non è neanche giornalista, ma passa i miei pezzi. Ho chiesto spiegazioni: “Perché non avete preso me o uno degli altri precari?”. Nessuna risposta. L’unica frase udita dalle mie orecchie: “Non sarai mai assunta”. Non posso pensare di aver buttato 7 anni della mia vita. A questo gioco non ci sto. Le regole sono sbagliate e vanno riscritte. Probabilmente farò un buco nell’acqua, ma devo almeno tentare. Perché se accetto in silenzio di essere trattata da giornalista di serie B, nessuno farà mai niente per considerarmi in modo diverso”. Forza Paola.