Esiste una sottile linea rossa tra la volontà di controllo di Internet da parte dei governi centrali e il desiderio dal basso di libera circolazione delle idee attraverso la Rete. Filosofie in apparenza antitetiche che in Usa e Islanda e hanno dato vita a due modelli mediaticamente interessanti.

A Washington l’amministrazione Obama ha dato il giro di vite al Web: il governo federale ha deciso con un provvedimento ad hoc, chiamato «Protecting Cyberspace as a National Asset Act» di bloccare la rete tout court in caso di un grave attacco di cyberterrorismo. Rinominato anche «Internet Kill Switch», è stato affiancato a fine settembre dalla richiesta della National Security Agency in accordo col governo federale di incrementare in maniera drastica la tracciabilità degli utenti sui social media, Skype e BalckBerry per motivi di sicurezza. Mentre negli Usa domina la necessità di controllo, Reykjavík diventa il baluardo delle libertà informatiche, una sorta di porto franco in cui non sarà possibile impedire la divulgazione su Internet di documenti di interesse pubblico, inclusi quelli di Wikileaks, il sito che ha rivelato al mondo i documenti inediti sulla guerra in Iraq, inclusa la pista del fuoco amico che avrebbe ucciso il sergente della Folgore Salvatore Marracino.

La pasionaria che ha combattuto per la libertà di web in Islanda è Birgitta Jónsdóttir, tra le anime del Citizen’s Movement, una sorta di Movimento a Cinque Stelle nato per un cambio radicale della politica nazionale a seguito della crisi economica.

Due modi diversi di concepire il Web e di sottoporlo al vaglio delle autorità nazionali. Da una parte prevale l’esigenza di controllo, dall’altra quella della condivisione. Una sorta di guerra fredda online che si struttura a suon di provvedimenti e regolamentazioni decise dai governi centrali. Il punto cruciale, specie per gli altri paesi occidentali, è la ricerca di una sintesi equilibrata: è possibile trovare un punto di sintesi tra la sicurezza e allo stesso tempo incentivare la libera circolazione delle idee? “Tutto dipende dalla valutazione della posta in gioco”, spiega Arturo Di Corinto, autore insieme ad Alessandro Gilioli di “I nemici della rete”. “E’ necessario tradurre in valore economico l’entità di queste proposte, valutare se facilitano o meno gli scambi commerciali, ostacolano la vita di cittadini, servizi o corporation o se sono un problema per le banche. In genere l’Europa tende a difendere la privacy dei propri cittadini, come è accaduto nel braccio di ferro per i data retention dei passeggeri europei verso gli Stati Uniti che, alla fine, hanno accettato la gradualità di ingresso e di trasmissione dei dati personali”. E il modello islandese nasce in un contesto sui generis. “Birgitta Jonsdottir ha dato un impulso fondamentale, è nel board di Wikileaks e in contatto con Pirate Bay. I cittadini, complice la crisi economica, hanno deciso di riappropriarsi della capacità di decidere e di sostenere il progetto, ma l’Islanda è un caso a parte”. Per Guido Scorza, giurista esperto di web, “per determinare la sintesi è necessario definire le regole. Oggi, infatti, per ragioni di sicurezza, è imprescindibile il controllo sulle comunicazioni elettroniche. Ma intercettare le telefonate a fronte di una precisa richiesta delle autorità o setacciare i profili su Facebook sono cose diverse”, precisa. E aggiunge: “Bisogna stabilire quali informazioni possono essere richieste per l’accertamento di attività illecite e chi è incaricato a farlo, per tutelare la privacy online del cittadino. L’intercettazione deve essere l’eccezione, la regola è la riservatezza della corrispondenza. Sui modelli Usa e Islanda però intervengono anche altri fattori”. Infatti secondo Scorza è dirimente per capire a fondo le ragioni dei provvedimenti il rapporto fra cittadino e amministrazione pubblica. “Negli Stati Uniti infatti, Obama è impegnato sul fronte della trasparenza dei dati governativi e nella lotta al terrorismo. Quindi, agli occhi dei cittadino medio che non percepisce lo stato come antagonista, è legittimo chiedere un maggiore controllo. Non è così in Italia e in Francia: nel nostro paese, ad esempio, l’intromissione nella vita privata è finalizzata alla strumentalizzazione politica e in Francia la legge Hadopi, approvata contro il download illegale, ha riempito le piazze”. Per queste ragioni legate al rapporto del cittadino con lo Stato, conclude Scorza, “il modello Usa non è replicabile, proprio come quello islandese, lontano dalla minaccia del terrorismo con i suoi 300mila cittadini”. Per Luca Sofri invece non vi è alcuna polarizzazione e due i modelli rappresentano già un punto di incontro: “Siamo lontani dalla prospettiva di una censura delle libertà in Rete in Usa. Dall’altra parte il progetto di Reykjavík è interessante, specie a livello mediatico, ma non è un sinonimo di ‘liberi tutti’. E’ necessario ragionare contestualmente senza agitare le generiche battaglie per la libertà di informazione che hanno senso invece in Cina, Iran e Cuba”.

Secondo Marco Montemagno, infine, conduttore di Io Reporter su SkyTg24, la sintesi è complessa: “Esistono problemi locali e l’Europa non è un’unica entità giuridica. Il punto di equilibrio nascerà nel tempo con il bilanciamento tra utenti e aziende”. E il prossimo banco di prova, per quanto riguarda l’Italia, sarà il decreto Maroni: “Si dice che verrà abrogato il decreto Pisanu”, aggiunge Montemagno, “ma non sappiamo in che misura o se, piuttosto, si tratterà solo di un cambio di nome”.

Visti gli strali lanciati da Maroni contro Internet all’indomani dell’attentato a Maurizio Belpietro, risulta difficile pensare che arrivi l’abrogazione totale e, di conseguenza, il sì al wifi libero. Per l’Italia sarà quella la prossima sintesi legislativa e culturale sulla Rete.