La decisione assunta nei giorni scorsi dal Direttore Generale della Rai, Mauro Masi, di irrogare a Michele Santoro una sanzione di 10 giorni di sospensione dall’attività, precludendo così la trasmissione di Annozero per due puntate, ha sollevato un vespaio di polemiche ed aperto un acceso dibattito.

A seguito della decisione del giornalista di impugnare la sanzione disciplinare dinanzi ad un Collegio arbitrale e della preannunciata scelta della Rai di non accettare l’arbitrato e ricorrere alla giustizia ordinaria, non è, allo stato, chiaro se la trasmissione di informazione, ammiraglia della seconda Tv di Stato andrà o non andrà in onda.

Se, nei prossimi giorni, giudici o arbitri dovessero – come appare probabile, alla luce degli elementi sin qui emersi – ritenere illegittima la sanzione irrogata al giornalista su proposta del Direttore Generale dell’azienda radiotelevisiva di Stato, si tratterebbe di un fatto gravissimo: a quel punto, infatti, si potrebbe affermare con serenità che si è cercato di boicottare un programma di informazione inviso alla maggioranza di Governo che controlla il vertice Rai, attraverso il pretestuoso ricorso al potere disciplinare.

Occorre, tuttavia, attendere e confidare nell’equilibrio ed imparzialità di chi sarà chiamato a pronunciarsi sulla questione.

Non serve, invece, attendere per bollare quello appena consumatosi come l’ennesimo episodio sintomatico dell’insostenibile situazione venuta a crearsi nella gestione del servizio pubblico radiotelevisivo da quando Mauro Masi, già segretario generale della Presidenza del Consiglio è stato chiamato a sedere sulla poltrona più alta di Viale Mazzini.
Alcuni episodi registratisi nell’ultimo anno valgono, da soli, ad evidenziare tale stato di cose, senza neppure bisogno di suggerire interpretazioni che potrebbero suonare faziose o di parte.

Eccoli, dunque, i fatti.

Il Gruppo Rai, lo scrive proprio Mauro Masi agli azionisti nel presentare il bilancio relativo all’esercizio 2009, “registra una perdita di 61,8 milioni di Euro (perdita di 7,1 milioni di Euro nel 2008), con una posizione finanziaria netta negativa di 151,5 milioni di Euro (positiva per 21,1 milioni di Euro nel 2008)” e “la Capogruppo Rai registra una perdita pari a 79,9 milioni di Euro (37 milioni di Euro nel 2008) e una posizione finanziaria netta positiva per 52,5 milioni di Euro (196,8 milioni di Euro nel 2008).

Nessun dubbio, dunque, che ci si trovi dinanzi ad un’azienda in crisi che ha un disperato bisogno di un piano industriale che le consenta di riconquistare terreno nei confronti della concorrenza.
Non sembra, tuttavia, che questa sia la principale preoccupazione del suo management.

Due episodi tra i tanti.

Nel luglio del 2009, all’esito di un lungo braccio di ferro, con il management di Sky, Rai decide di lasciare la piattaforma Sky, rinunciando così ai 50 milioni di euro all’anno che, nei successivi sette anni, Sky le aveva offerto per poter continuare la trasmissione dei propri programmi sulla piattaforma satellitare.
Si è trattato di una scelta obbligata per non “svendere” la nostra programmazione, spiegherà poi, il DG di Viale Mazzini, Mauro Masi.

Contestualmente la Rai, tuttavia, migra sulla nuova piattaforma satellitare – e digitale terrestre – frattanto costituita: Tivù.
La compagine della società che gestisce la piattaforma appartiene per il 48% proprio a Rai, per il rimanente 48% alla sua principale concorrente, Rti e per il rimanente 4% alla Telecom.
Si tratta di una circostanza che, evidentemente, genera imbarazzo negli stessi uomini di Viale Mazzini, che, infatti, nella relazione al bilancio 2009, non hanno il coraggio di mettere nero su bianco i nomi dei propri soci e si limitano ipocritamente a parlare di Tivù come di una “società cui la stessa Rai partecipa insieme ad altri broadcaster nazionali”.

Per essere presente su tale piattaforma, la Rai non solo non incassa neppure un euro – in luogo dei 50 milioni all’anno promessile da Sky – ma, anzi, paga il corrispettivo del servizio fornitole che, naturalmente, finisce – quanto al 48% – proprio nelle casse di Mediaset.
Sarà anche un affare, ma non si vede.

Analoghe considerazioni appaiono valide in ordine alla decisione assunta dal Direttore Generale Mauro Masi, in relazione alla sospensione di Annozero.
Annozero, infatti, presentato nella relazione al bilancio 2009, come uno dei programmi di punta della seconda Rete, ha generato, nel 2009, utili per circa 17 milioni di euro.

“Mobbizare” e, addirittura, rinunciare ad una trasmissione ammiraglia, non sembra, esattamente, potersi annoverare tra le scelte più ovvie per un management che dovrebbe preoccuparsi di risanare la situazione di un’azienda in crisi.
Sin qui, per quanto riguarda i numeri.

Veniamo ora alla coerenza nelle scelte editoriali e, anche in questo caso, lasciamo parlare i fatti.

Nel febbraio del 2010, la Commissione di Vigilanza Rai, in vista dell’imminente tornata elettorale, dispone – a torto o a ragione – l’estensione, anche ai programmi di informazione, delle stringenti regole in tema di par condicio previste per i programmi di approfondimento.
In Viale Mazzini, preso atto di tale indicazione, il CdA della Rai, ritenuto che tali regole non fossero suscettibili di essere applicate ai propri talk show – tra i quali proprio Annozero – in quanto incompatibili con quel genere di programmi, decide, di sospenderne la trasmissione per l’intero periodo pre-elettorale.

Gli abbonati al servizio pubblico radiotelevisivo si ritrovano, pertanto, dalla sera alla mattina, impossibilitati ad informarsi e costretti a farlo solo ed esclusivamente attraverso le reti Mediaset che, peraltro, nello stesso periodo, naturalmente guadagnano in termini di ascolti e, quindi, di pubblicità, tutto quello che Rai lascia sul tavolo.
Ancora una volta la strategia editoriale e commerciale di Viale Mazzini è, almeno, singolare.

Arriviamo così al settembre del 2010. Dopo un’estate passata a tentare di impedire, con ogni mezzo, l’inserimento nel palinsesto Rai di Annozero, il DG di Viale Mazzini, costretto a cedere, decide di giocarsi la sua ultima carta: una circolare con la quale, di fatto, impone il rispetto delle regole della par condicio anche nei talk show: niente partecipazione attiva del pubblico e contraddittorio puntuale e sistematico per ogni intervento politico.
Difficile non registrare l’incoerenza.

Nel febbraio del 2010, secondo Masi, le regole della par condicio sono incompatibili con le dinamiche proprie dei talk show, tanto che, dovendole rispettare, si sceglie di rinunciare ai talk show, mentre nel settembre del 2010 è lui stesso ad imporre ai talk show di rispettare quelle regole e quando Santoro prima manifesta l’intenzione di non rispettarle e poi non le rispetta, non esita ad irrogargli una sonora sanzione disciplinare.

Non sta a me dire se è tutto lecito o illecito ma, certamente, è anomalo, singolare, sospetto e la gestione del servizio pubblico radiotelevisivo non può e non deve essere nulla di tutto ciò.