Era da tanto che volevo visitare un carcere: vederne la struttura da dentro, aspettare che le porte di sicurezza si aprissero davanti a me, poter parlare con i detenuti e chiedere loro perché fossero lì e com’era la vita lì dentro. Quando ho aderito all’iniziativa del Ferragosto in carcere organizzata dai Radicali, e che ha coinvolto oltre 200 parlamentari che sono riusciti a coprire tutte le carceri del paese. Da Rimini dove mi trovavo ho pensato: vedrò una realtà privilegiata rispetto a situazioni ben peggiori. Mi sono dovuta ricredere.

Su una capienza di 120 persone, al momento della nostra visita con l’on. Mariantonietta Farina Coscioni il 14 agosto, il carcere di Rimini ne ospitava ben 236, con alcuni nuovi ingressi prospettati per la focosa notte di Ferragosto. Dove sono riusciti a stipare tutti questi esseri umani in più? “Fatti, non pugnette”, comanda la filosofia romagnola: i detenuti più sfortunati dormono per terra su fatiscenti materassi deteriorati e pieni di umidità, che se sono lì dentro “santi non saranno”.

Attenzione, non vorrei sviare la vostra attenzione e farvi credere che la Casa circondariale di Rimini sia la nuova Alcatraz della Riviera, tutt’altro. I tossici, ad esempio. All’interno del carcere c’è una casetta in cui vi sono circa 20 detenuti, tutti tossicodipendenti, che lavorano e si autogestiscono, con libero accesso a un campetto all’aria aperta: è il primo passo verso un percorso che li porterà dal carcere alla comunità, con la speranza di uscire dal tunnel droga-criminalità per sempre. Ci dicono che sono venuti addirittura dalla Svezia per vedere questo modello di reinserimento, e non stento a crederlo. All’interno del carcere, poi, abbiamo visto celle nuove e dai colori pastello, con detenuti tutto sommato soddisfatti della loro condizione e con un buon rapporto con le guardie carcerarie, a loro stesso dire. E poi le due aule scolastiche, meglio delle elementari che frequentavi, e la biblioteca. Molti dei detenuti prima di uscire prendono addirittura il diploma di scuola elementare o media.

Ma è la sezione numero 1, quella che ci è stata segnalata dagli stessi detenuti più fortunati, a lasciarti semplice in cerca di un’umanità sospesa: una cella, che prima era il luogo di ricreazione, con ben 18 corpi ammassati, gente costretta a mangiare in piedi perché “non c’è posto per tutti. Ma ho chiesto io di stare qua dentro, vai a vedere quelle nel corridoio, loro sì che sono messi male”. Nel corridoio scorgi dapprima le braccia penzolanti dalle grate, poi cominci a vederli a uno a uno: 10, 11, 12 persone in una cella che per legge ne potrebbe contenere 3, si chiamano Mohammed, Pasquale, Yuri. Uno ci fa vedere il braccio ingessato “con del cartone”, dopo che erano 3 giorni che se l’era rotto. “Ti hanno fatto le lastre? Hahaha“. Sempre lui ci mostra il lavandino: l’acqua che esce dal rubinetto va a finire direttamente sui piedi del detenuto. “Ma cosa vuoi che sia”, fa una guardia carceraria. “L’unico modo per farci sentire, per denunciare questa condizione in cui non terrebbero neanche le bestie, è tagliarci. Ieri è stato il turno di quello della cella davanti”. “Guarda nello spioncino a fianco: non vedi che abbiamo il bagno nella cucina?”. Allora gli chiedi: ma tu cos’hai fatto per stare qui? Risponde un ragazzo sorridente, vent’anni, marocchino: “ho rubato 250 euro e un cellulare e sono incensurato. E’ da 10 giorni che sono qui, ora mi trasferiranno a Milano, e sono in attesa di giudizio”. Quasi la metà, qui, è in attesa di giudizio. Di un altro i suoi compagni di cella dicono che ha dei problemi psichici, continua a ripeterci che aveva “solo litigato con la mamma”. Se così fosse (e così sembra), non dovrebbe stare lì, perché ci sono delle strutture apposta per gente come lui. Cerchi di rincuorarli, vuoi tirarli un po’ su, per quanto ti è possibile: c’è una sezione appena ristrutturata, dovrebbe aprire a giorni. “E’ da un anno che lo dicono”, ti rispondono quelli che stanno lì da più tempo. “Grazie”, ti congedano. “Grazie per averci fatto visita: raccontate in giro quello che avete visto, come ci tengono qua dentro. Vi sembra umano?”.

No, non sembra umano. E allora visiti un carcere del genere, e sono due i pensieri più pungenti che ti affiorano una volta fuori. Uno: com’è possibile che all’interno della stessa struttura, una parte sia all’avanguardia e abbia come missione quella (doverosa) del reinserimento del detenuto, mentre sotto lo stesso tetto ci sono detenuti ammassati uno sopra l’altro, costretti a cagare nella stessa stanzetta dove c’è lo scolapasta, e che non possono fare altro che stare stesi sui loro letti tutto il giorno, perché altrimenti tutti insieme non ci stanno? La priorità della dirigenza non dovrebbe essere di garantire ai detenuti presenti le condizioni minime di esistenza, oltre che a dedicarsi a quelle che ci invidiano all’estero? Sembrerebbe quasi che ci siano detenuti di serie A e di serie B, senza alcun criterio per la selezione. E poi pensi alle loro storie, vedi scorrere le loro facce: gran parte di loro non può ottenere i domiciliari perché non ha neanche il domicilio, gli altri vengono da Napoli, dalla periferia di Milano, e magari la prima rapina l’hanno fatta da minorenni. Un po’ di umanità nel considerare da dove vengono, come stanno le loro famiglie, in quale ambiente sono cresciuti, non dovrebbe essere una conditio sine qua non nella gestione di un carcere, ma soprattutto nell’amministrazione della giustizia?

Non sono dei santi, è vero. Ma sono degli esseri umani, e meritano di vivere in condizioni che non ledano la loro dignità umana. Hanno commesso degli errori, e da cittadina italiana mi sentirei più sicura se la loro detenzione fosse ospitata in strutture civili, dove insegnassero loro delle opzioni oltre a quelle del furto o della rapina. “Escono peggio di prima: i compagni di cella gli insegnano i trucchi del mestiere, gli danno l’indirizzo della moglie o della sorella dove potranno prendere la droga e gli altri strumenti necessari”, ci ha detto una guardia. Beh, pretenderesti qualcosina in più di così. Perché siamo naturalmente soliti definirci un paese civile, noi. Mica come in quei posti dove vige ancora la legge del taglione. Infatti: qui siamo molto oltre l’occhio per occhio.