Finalmente anche i grandi giornalisti dei grandi giornali italiani scrivono come mangiano. Non lo fanno certo sulla prima pagina del quotidiano che li paga per vergare articolesse cerchiobottiste piene di “si però”, ma forse, dunque anche. Come è noto gli editoriali si chiamano così perché non sono scritti per i lettori ma per gli editori che oggi mantengono il direttore e magari domani promuovono il commentatore. No, il luogo dove le penne al bromuro liberano il pensiero è Facebook.

Solo sulla rete Pigi Battista, già vicedirettore del Corrierone definito da Marco Travaglio cerchiobattista intima: “a questo punto Gianfranco Fini una spiegazione sulla casa di Montecarlo deve darla, lo deve all’opinione pubblica”. Solo su Facebook, Alessandro Campi, direttore di Fare futuro, il think tank dei Finiani risponde: “concordo e l’ho pubblicamente sostenuto” e solo su Facebook l’inviata del Corriere Maria Teresa Meli squarcia il velo dell’ipocrisia redazionale: “A Pi’ perché lo scrivi solo su Facebook?”.

Miracoli della rete. A quel punto un partecipante alla discussione insinua che si tratti di una censura del direttore: “qui (su Facebook Ndr) De Bortoli non ci viene”. E a quel punto Maria Teresa Meli esce dalla realtà virtuale e la butta in caciara: “checcentra … è Pigi che è …lassamo perde”.

Anche i politici su Facebook riscoprono la libertà di espressione e il mandato senza vincolo prescritto loro dalla Costituzione. Il deputato del Pdl Enrico Musso, per esempio, nella sua bacheca virtuale ha scritto “il problema è che la coalizione non sta attuando il programma con cui fu eletta e invece affonda negli scandali. Serve un partito serio pulito senza scandali né zoccole (non dite che è tutta colpa dei magistrati please) Chi ci sta?”.

Politici e giornalisti usano la rete come un confessionale dove raccontano le verità nascoste e i giornali come il pulpito dal quale fare la messa cantata. Purtroppo per loro non hanno ancora capito che la rete è la piazza e non una delle loro terrazze romane.