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Cronaca | di Ferruccio Sansa | 30 luglio 2010

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Incontrare Corona in auto, ovvero:
come rischiare la pelle in autostrada

'Ho rischiato di morire. I giornalisti lo fanno per combattere la mafia o raccontare una guerra. Ma morire travolti dall'auto di Corona no, questo risparmiatemelo'

Il Paese che ha inventato il diritto e l’ha diffuso tra i barbari. Ecco, la nostra Italia deve affrontare una nuova sfida: impedire di guidare a Fabrizio Corona, “fotografo” con dieci anni di galera che rischiano di piombargli sul collo. Un signore che usa l’auto come una pistola carica in mezzo alla folla.

Giovedì notte alle 0,52 ho rischiato di morire. Succede. I giornalisti, quelli davvero coraggiosi (io non mi ritengo tale), lo mettono in conto: ci si può lasciare la pelle per combattere la mafia o magari per raccontare la guerra in Iraq. Però morire travolti dall’auto di Corona no, questo vi prego risparmiatemelo. Va bene, è pur sempre una Bentley, meglio che una Punto. Mi guadagnerei la copertina di Novella 2000. Ma ci rinuncio volentieri. Mi immagino la scena: me ne sto tra i rottami mentre i fotografi scattano e i soccorritori chiedono un autografo a Corona.

Ecco, è quasi l’una di notte, me ne sto tornando a casa dopo il lavoro. Sono sull’Autosole con la mia macchinetta. C’è traffico: camion, station wagon stipate di salvagenti e famiglie. Mancano 131 chilometri a Milano, ho il cartello stampato in mente. Strada a tre corsie, viaggio a centodieci all’ora, sto superando un tir con rimorchio che procede sulla destra.

Un proiettile a 300 kilometri all’ora

A questo punto compare “l’ufo”: giuro, non ho avuto il tempo di accorgermene. Dal buio spuntano quattro fari con gli abbaglianti. Non capisco se è un’auto oppure un Boeing al decollo. Sento solo una sberla di vento, come una tromba d’aria, che mi sbatte a destra, a tagliare la strada al tir. Dicono che in quei momenti ti vedi davanti tutta la vita. Io no, si vede che non ho vissuto granché, ho sentito soltanto una stretta allo stomaco e alle chiappe. Dura un attimo, il tempo di vedere un proiettile bianco che passa e continua la corsa in mezzo alle auto, come se niente fosse. Prendere la targa? Non fatemi ridere, dopo tre secondi la pallottola è sparita. Intuisco che ha una targa straniera. Capisco appena che è una Bentley color panna, un bestione, mi insegna mio figlio, “che fa i 312 all’ora”. A quanto sarà andata? Diciamo ben più del doppio di me. Immaginatevi gli effetti di due tonnellate e mezzo di lamiera lanciate a 250 all’ora: sventrerebbero una casa.

“È andata bene”, mi dico mentre mi sembra di sentire un batterista ubriaco che suona la mazurka: è il mio cuore. Adesso lo so, voi direte che noi del Fatto siamo dei giustizialisti. Addirittura dei giustizieri. Ditelo pure, ma a me di finire maciullato sull’Autosole non mi va giù. Chiamo la Stradale: “Presto, fate qualcosa c’è una Bentley che corre a una velocità folle”. Intanto vedo un autogrill: San Martino Est. Decido di fermarmi, vorrei farmi un grappino, ma basta una camomilla. Ecco la sorpresa: la Bentley. E quasi mi manca il fiato. Che fare? Affrontare il conducente? Non mi picchio da quando facevo le elementari. Ecco venir fuori lo spirito legalitario: parcheggio davanti al bolide e rispolverando gli studi di diritto decido per un approccio pacato.

Il vetro si abbassa, spunta il suo Rolex

Busso al finestrino oscurato: “Mi scusi, lo sa che lei mi ha quasi ucciso?”. Il vetro si abbassa e davanti mi ritrovo Fabrizio Corona, solo in macchina. Sempre uguale a se stesso, come il personaggio di un fumetto: maglietta bianca attillatissima, Rolex d’oro pesante da far venire la scoliosi, tatuaggi ovunque. Mi guarda, pupille dilatate che gli escono dall’iride, pelle nera lucida. Lui forse si aspetta che gli chieda un autografo: “Chi cazzo sei?”. Ripeto: “Lei mi ha quasi ucciso”. Fabrizio: “Che cazzo vuoi?”. Il finestrino si rialza e io resto lì come un fesso con tutte le mie domande: “Ma scusi non le avevano ritirato la patente? Non era a lei – sempre con quell’assurdo lei come mi hanno insegnato a scuola – che avevano sequestrato una Lamborghini? Non era lei che a novembre, ad Asti, era stato fermato perché guidava con una fotocopia del foglio rosa?”

La Bentley riparte sgommando, più veloce di prima. Chissà, forse Corona corre verso una discoteca dove qualche genio lo paga decine di migliaia di euro per animare le serate. Cerco di pigliare la targa: J2833…, ma che targa è? Non è italiana, sembra del paese dei puffi, c’è perfino un disegno, una specie di corona… Liechtenstein, San Marino, chissà. Ma il giustiziere che sopravvive in me non demorde: richiamo la Stradale. “Fermate quella Bentley – dico proprio così, come nei film americani – alla guida c’è Fabrizio Corona”. L’agente è cortese: “Non si preoccupi, c’è il tutor che riprende tutto”. Mi arrendo. Con quella targa da fumetti Corona riceverà mai la multa? Gli toglieranno la patente che non aveva? E i punti… no, quelli li levano soltanto a noi, lui evidentemente li trova sulle scatole del Mulino Bianco.

Adesso, però, l’ironia si è esaurita. Morire così, schiacciato come un topo, non mi va. Ormai noi italiani non pretendiamo più che siano arrestati i ministri che rubano, ma almeno questo concedetecelo: impedite di guidare a Fabrizio Corona. Lo Stato italiano, con i suoi 150 anni di vita, sarà in grado di affrontare questa sfida prima che qualcuno ci lasci la pelle?

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