Bene. Così oltre le lauree miste di ingegneria ed economia arriveranno quelle miste di giurisprudenza e medicina. Per avere finalmente, dopo gli ingegneri gestionali, anche i giudici chirurghi. Pare siano quotatissimi. Sono quelli che riescono con perizia inarrivabile, armeggiando di codice e di bisturi, a certificare esattamente in che anno (o mese, o settimana, chissà) i potenti che hanno a lungo frequentato e generosamente fiancheggiato l’organizzazione Cosa Nostra hanno smesso di farlo. Che individuano un anno o un mese in cui, zac, quei potenti non ci fanno più né affari né alleanze né reati. Vuoi per repentina conversione -alla San Paolo-, vuoi per rigenerazione mentale, vuoi per impegni improrogabili di viaggio. Fatto sta che giunge improvviso il momento in cui, come una moglie tradita in gramaglie, la mafia non li vede più. Andreotti finì di averci rapporti e salpò nel 1980. Dell’Utri nel 1992. Passo e chiudo. Al massimo poi ci si rivede a Roma, a Milano o in Sicilia, per qualche romantico amarcord.

In genere il bisturi ha una funzione salvifica, come è giusto che accada grazie all’intervento della medicina. Per Andreotti scattò la prescrizione. Per Dell’Utri scatta l’estraneità di Forza Italia, della sua incubazione e nascita, ai condizionamenti mafiosi. Nessuno studioso saprebbe dire come sia possibile troncare d’improvviso i rapporti con Cosa Nostra senza pagarla molto cara. Anche perché quando si interrompe di colpo una relazione sono sempre pendenti impegni e promesse, di cui verosimilmente l’altro chiede l’osservanza. E nessuna persona di buon senso saprebbe dire come sia possibile che un leader politico o un grande imprenditore rinneghi Cosa Nostra se la sua corte e le sue intendenze continuano a starci in amorosi sensi.

Il fatto è che, al di là dei lodevoli intendimenti dei giudici-chirurghi, abbiamo saputo questo: che la nascita di Forza Italia è stata ispirata e guidata strategicamente da uno degli uomini più vicini a Berlusconi, condannato in appello per essere stato esattamente fino all’avvio del progetto (il bisturi funziona a doppio taglio…) fiancheggiatore operativo di Cosa Nostra.

Una cosa comunque da oggi è certa. A dirci chi è davvero Dell’Utri non è stata la corte. E’ stato lui in persona. Lui che ha voluto ribadirci la propria fede in Mangano eroe, ridarci l’immagine del partigiano Mangano che non ha parlato nonostante le torture dei nazisti targati Repubblica Italiana. Lui che ha annunciato le proprie “condoglianze” al sostituto procuratore generale che ha sostenuto l’accusa. Dell’Utri ci ha voluto fare sapere che è un “madrelingua”. E noi che diritto avremmo di non credergli?