Luigi Di Maio lo ha detto chiaramente per la prima volta al microfono del Fatto.it. Alla domanda del nostro Manolo Lanaro (“Nel decreto crescita, nella sua versione finale, eliminerete la non punibilità penale per i vertici Ilva?”) Di Maio, nella sua triplice veste di leader M5s, vicepremier e ministro dello Sviluppo, si è impegnato: “Sì il nostro obiettivo è inserirla, l’ultimo consiglio dei ministri ha già varato che c’è il titolo su questo argomento e stiamo concretamente scrivendo la norma”. Stretto dalla seconda domanda sui tempi del provvedimento, Di Maio si è smarcato così: “Il decreto è salvo intese, quindi si stanno definendo gli ultimi dettagli ma è un decreto e quindi è urgente”.

video di Manolo Lanaro

La questione non è scontata e non è semplice. Nel 2012 per la prima volta nel decreto salva-Ilva il ministro Corrado Clini del Governo Monti concesse ai gestori dell’Ilva un trattamento di favore, ponendo l’Aia, cioé l’Autorizzazione Integrata Ambientale, all’interno della legge. Così impediva al magistrato di disapplicarla, come avrebbe potuto fare se fosse stato appunto un comune atto amministrativo. Il decreto fu impugnato alla Consulta dalla Procura. La Corte però diede il via libera con una decisione molto criticata e comunque connessa chiaramente alla natura transitoria di quel regime perché la Corte vincolava la legittimità della legge allo scrupoloso rispetto del crono-programma degli interventi di messa a norma. Dovevano terminare entro il 2015, poi i termini sono stati via via allungati con i successivi decreti salva Ilva. Eppure la deroga è rimasta.

Quel regime speciale per l’Ilva impediva ai magistrati lo stop agli impianti ma almeno permetteva le indagini e i processi. Il regime favorevole ha avuto un salto di qualità nel 2015 con il decreto legge sul piano Ilva del Governo Renzi secondo il quale “le condotte poste in essere in attuazione del Piano non possono dare luogo a responsabilità penale o amministrativa del commissario straordinario e dei soggetti da questo funzionalmente delegati, in quanto costituiscono adempimento delle migliori regole preventive in materia ambientale, di tutela della salute e dell’incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro”. Con l’acquisizione della gestione da parte di Arcelor Mittal l’immunità è stata di fatto prorogata e dovrebbe scadere nell’agosto 2023.

Il gip di Taranto Benedetto Ruberto a febbraio ha sollevato la questione di legittimità costituzionale sui provvedimenti emessi dai Governi per salvare lo stabilimento siderurgico, ipotizzando la violazione di sette articoli della Carta Costituzionale: 3, 24, 32, 35, 41, 112 e 117. La Corte dovrà quindi ora valutare se siano legittimi sia lo spostamento costante della data di ultimazione dei lavori di risanamento della fabbrica sia l’immunità concessa ai commissari e poi a Arcelor Mittal. C’è un precedente perché la sentenza 58 del 2018 della Corte Costituzionale ha considerato incostituzionale un decreto Salva-Ilva (DL 92/2015) in quanto “il legislatore ha finito per privilegiare in modo eccessivo l’interesse alla prosecuzione dell’attività produttiva, trascurando del tutto le esigenze di diritti costituzionali inviolabili legati alla tutela della salute e della vita stessa (artt. 2 e 32 Cost.), cui deve ritenersi inscindibilmente connesso il diritto al lavoro in ambiente sicuro e non pericoloso (art. 4 e 35 Cost.)”.

Il 30 luglio 2018, durante un incontro al Mise, alla presenza di Luigi Di Maio, Geert Van Poelvoorde, Executive vice president di Arcelor Mittal, ha chiarito quali erano le condizioni poste dalla società per entrare in Italia. Alesandro Marescotti presidente di PeaceLink, una delle associazioni racconta: “Io c’ero e abbiamo la registrazione. Le parole del manager furono esattamente queste: “Pensate che io sia in grado di convincere il nostro management e i nostri ricercatori a venire qui e a dare una mano all’Ilva quando qualcuno dal primo giorno gli dice ‘attenti perché appena arrivati in Italia vi mettiamo in galera?’”. Marescotti ricorda: “Le pronunciò seduto al tavolo a due metri da Di Maio davanti a un centinaio di persone. Di Maio ascoltò e rimase impassibile. Per questo le dichiarazioni di ieri mi lasciano perplesso. Se il Governo vuole rimuovere l’immunità penale lo deve fare in maniera netta. Temo invece che voglia fare un intervento per modificare la norma e così vanificare il ricorso alla Consulta da parte del gip di Taranto Ruberto”.

Il 26 marzo, al Corriere della Sera, che gli chiedeva dell’immunità, l’ad di ArcelorMittal Italia, Matthieu Jehl ha precisato: “Abbiamo deciso di investire in Italia sulla base di norme e di regole concordate con il governo italiano per la risoluzione dei problemi. Chiediamo certezza del diritto come investitori di lungo termine”. Questa intervista seguiva di due settimane quella del ministro dell’ambiente a Virginia della Sala del Fatto. Sergio Costa annunciava che questo provvedimento: “prevede la cancellazione dell’immunità”. A Taranto sono tutti curiosi di leggerlo.

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