“I repubblicani vogliono l’impeachment di Hegseth, capo del Pentagono”. E i dem preparano inchieste su Musk, Epstein files e gasolio russo
Vogliono indagare su potenziali fronti di corruzione, sulla gestione dell’Ice e sugli Epstein files. E ancora le operazioni in Borsa della famiglia Trump e i legami del presidente Usa con Jeffrey Epstein ed Elon Musk. Sin dalla notte dello spoglio per le midterm i democratici avevano preannunciato agli avversari politici di volere avviare nuove inchieste sull’amministrazione Usa. Un avvertimento arrivato su X dal deputato Robert Garcia, il più alto esponente democratico nella commissione di vigilanza della Camera, che una volta certificate le proiezioni sul trionfo per il suo partito aveva scritto: “Trovatevi un avvocato”, riferendosi in particolare all’avvio di una serie di indagini sul presidente Donald Trump, sulla sua famiglia e sulla gestione dei documenti relativi a Jeffrey Epstein da parte dell’amministrazione. Ma ben prima dell’avvio delle inchieste dem, anche i repubblicani affilano i coltelli per trovare i colpevoli della disfatta. Il primo a finire nel mirino è Pete Hegseth, capo del Pentagono: la Camera, riporta Cnn, potrebbe votare già la prossima settimana per metterlo sotto accusa, dopo che molti legislatori Gop, allarmati dal tracollo alle midterm, si stanno affrettando ad attribuirgli la colpa dei risultati elettorali, sostenendo dietro le quinte che abbia avuto un ruolo chiave nel convincere Trump ad attaccare l’Iran senza una strategia di uscita. Il deputato Thomas Massie del Kentucky – spina nel fianco per il capo della Casa Bianca, sconfitto ad agosto alle primarie di partito – ha detto alla Cnn di voler avviare una votazione per l’impeachment di Hegseth al rientro del Congresso la prossima settimana, e diverse fonti repubblicane si aspettano che la mozione venga approvata.
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Secondo quanto affermato da diversi repubblicani alla Cnn, che hanno chiesto di rimanere anonimi, Hegseth, fervente sostenitore della guerra, ha esagerato le capacità degli Stati Uniti di vincere il conflitto in modo rapido e semplice, spiegando perché molti nel loro partito si stiano ora rivoltando contro il segretario alla Difesa. Lo accusano di continuare a sostenere l’escalation nonostante vi siano pochi segnali che i continui bombardamenti abbiano avvicinato l’Iran alla resa. La campagna contro l’ex anchorman di Fox arriva nonostante gli strateghi repubblicani di Camera e Senato abbiano ammesso in privato che i problemi del partito vanno ben oltre la guerra, provocando perdite paragonabili a quelle del 2008, che richiederanno anni per essere recuperate. Ma per ora, i leader del partito – e molti tra le loro fila – sono restii ad attribuire direttamente la colpa dei loro problemi a Trump. Anche tra i repubblicani della Camera non c’è la minima aspettativa che improvvisamente prendano le distanze dal presidente, a due anni dalla fine del suo mandato. Eppure, questa lealtà non si estende a Hegseth, il combattivo segretario alla Difesa che si è fatto pochi amici a Capitol Hill da quando ha assunto il comando del Pentagono. “Hegseth dovrà dare conto delle sue azioni, è uno dei motivi per cui non abbiamo gli stanziamenti o le garanzie per la difesa di cui abbiamo bisogno credo che dopo le elezioni dovremo valutare se è o non è la persona migliore per portare queste esigenze davanti al Congresso“, ha detto a Cbsnews il senatore repubblicano Thom Tills, che conclude il suo mandato a gennaio quando il suo seggio passerà in mano ai democratici. Lo scorso 15 settembre Massie ha presentato otto articoli di impeachment contro Hegseth, accusandolo di condurre la guerra in Iran senza l’autorizzazione del Congresso, di aver sequestrato Nicolas Maduro senza l’autorità costituzionale e di aver ucciso decine di sospetti trafficanti di droga in esecuzioni extragiudiziarie con i raid del Pentagono nei Caraibi. La mozione di Massie potrebbe essere bloccata da un voto compatto dei deputati repubblicani, che va ricordato fino a gennaio – mese in cui si insedierà il nuovo Congresso uscito dalle midterm – hanno una maggioranza risicata di quattro seggi.
Da ricordare che Massie è stato la spina nel fianco del presidente, anche rispetto agli Epstein files, arrivando a chiedere le indagini su dodici nomi di spicco, tra i quali c’erano anche Lapo Elkann e Eduardo Teodorani. Quest’ultimo è figlio di Maria Sole Agnelli, cugino di secondo grado di John Elkann ed ex top manager di Exor, Fiat, New Holland e Cnh International: secondo i documenti disponibili ha frequentato regolarmente il finanziere pedofilo fino alla morte. Per quanto riguarda Lapo Elkann, invece, non risulta aver frequentato Epstein tranne per due eventi pubblici ufficiali dedicati alla beneficenza. Massie non aveva fatto accuse, né riferimento a fatti o episodi specifici. per parte sua, Lapo Elkann aveva definito “inaccettabile” l’accostamento del suo nome a quello del finanziere pedofilo, rimanendo a disposizione della procura di Roma – che ha aperto un’indagine – “per fornire ogni elemento, chiarimento o informazione che dovesse essere ritenuto utile”.
Lettere dei democratici a Musk su Starshield e alle entità coinvolte nell’accordo sul gasolio russo – Sul fronte dem, intanto, i senatori stanno già muovendo i primi passi in vista di indagini anche sul magnate Elon Musk. Secondo un servizio della Cnn, la Commissione per le relazioni estere del Senato ha inviato lettere a società private e all’amministrazione chiedendo di conservare alcuni documenti in vista di possibili indagini. Si tratta di una procedura standard per garantire che i documenti che potrebbero essere necessari in eventuali indagini vengano conservati. Un collaboratore di un senatore democratico ha dichiarato che le lettere sono state inviate a Elon Musk in merito al rallentamento del progetto Starshield in Ucraina, nonché a tutti i porti, le banche e le entità private coinvolte nell’accordo sul gasolio russo. Quando i nuovi democratici presteranno giuramento il prossimo gennaio e il partito otterrà la maggioranza, ci si aspetta che indaghino sull’amministrazione Trump. Ciò include accuse di favoritismo e arricchimento illecito, repressione dell’immigrazione, politica estera e altro ancora. Il senatore dem Chris Coons, probabile presidente della Commissione per le Relazioni estere con l’insediamento del nuovo Congresso di gennaio, ha già fatto capire che mettere sotto esame il miliardario del settore tecnologico Elon Musk è una priorità assoluta. “Un elemento in più da aggiungere all’elenco di domande per Musk, quando lo convocherò tramite mandato di comparizione”, ha scritto Coons su X, facendo riferimento a un rapporto secondo cui il patron di SpaceX avrebbe avuto colloqui con il presidente russo Vladimir Putin in merito alle comunicazioni satellitari.
Coons si è appena aggiudicato un terzo mandato nel Delaware, adotta una linea dura nei confronti della Cina, non esita a criticare Israele pur rimanendo un sostenitore dello Stato ebraico: è inoltre uno dei pochi legislatori a possedere una specifica competenza sul continente africano.
La nuova richiesta di impeachment all’orizzonte – Non ci sono dubbi sul fatto che i democratici faranno partire, proprio dalla Camera, un nuovo impeachment per Trump. Anche questo, come i precedenti, si concluderà nel nulla. Sono necessari i due terzi del voto del Senato per mettere sotto accusa un presidente – e i dem non li hanno. Anche questo, come i precedenti, creerà tensioni e alimenterà la crisi americana nei due anni finali del tycoon – destinato a uscire di scena come tigre ferita, più che anatra zoppa. Per il tycoon la richiesta di impeachment non sarebbe una novità, visto che nel corso del suo primo mandato da presidente aveva dovuto affrontare la procedura per due volte, nel 2019 e nel 2021. Nel primo caso Trump fu accusato di aver abusato dei suoi poteri per aver esercitato pressioni sul presidente ucraino Volodymyr Zelensky per spingerlo ad avviare un’indagine per corruzione nei confronti di Joe Biden e di suo figlio Hunter. La seconda occasione riguardava l’accusa di incitamento all’insurrezione in merito all’assalto di Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Entrambi i procedimenti si chiusero con un nulla di fatto.
Come funziona la messa in stato d’accusa del presidente – L’impeachment è regolato dal secondo articolo della Costituzione americana e può essere applicato a qualsiasi funzionario governativo. La procedura può essere aperta per tradimento, corruzione e altri gravi crimini, una categoria ampia all’interno della quale ci sono ipotesi di reato come l’abuso di potere. L’iter prende il via alla Camera, dove un singolo membro può chiedere l’avvio della procedura presentando prove e un elenco di accuse sotto giuramento o richiedendo il rinvio del procedimento alla commissione competente. L’intera Camera poi vota sui singoli articoli. Per approvare l’impeachment è sufficiente una maggioranza semplice. Se almeno un articolo viene approvato, il pubblico ufficiale interessato viene ufficialmente “messo in stato di accusa”. Il procedimento si sposta poi al Senato, dove si svolge un dibattimento che può essere paragonato a quello di un processo, con i deputati della Camera nel ruolo di pubblica accusa, gli avvocati difensori dell’accusato e i senatori nel ruolo di giuria. Quando l’imputato è il presidente degli Stati Uniti, la presidenza del Senato passa al Chief Justice (il presidente della Corte suprema) come garanzia di imparzialità. Per condannare l’accusato è necessario un verdetto di colpevolezza con maggioranza qualificata dei due terzi, 67 senatori su 100. Se non si raggiunge questa soglia, l’imputato viene assolto. Si tratta di una quota ben superiore rispetto ai 54 seggi che i democratici dovrebbero avere conquistato dopo le elezioni di midterm. Nella storia degli Stati Uniti, oltre a Donald Trump, anche i presidenti Andrew Johnson e Bill Clinton sono finiti sotto procedura di impeachment. Nessuno è mai stato condannato.