“Mancano le munizioni a causa della guerra in Iran”: il Pentagono smentisce il suo segretario Hegseth e il presidente Trump
Già a giugno, sulla stampa, era emerso che gli Stati Uniti stavano razionando l’uso dei propri missili nella guerra in Iran, in particolare degli intercettori. Ma il governo era intervenuto per smentire, mentre Donald Trump dichiarava che il paese possedeva “enormi quantità di munizioni”. Tre mesi dopo, a inizio settembre, il presidente scriveva ancora che gli Stati Uniti disponevano di “quantità praticamente illimitate di munizioni”. Ma oggi è un rapporto del Pentagono che smentisce direttamente quanto dichiarato dall’amministrazione e dalla Casa Bianca. “Le spese per munizioni durante l’Operazione Epic Fury hanno causato carenze nelle scorte strategiche e rivelato colli di bottiglia all’interno delle industrie di rifornimento di munizioni“. Il dossier stilato dalla Difesa Usa riconosce così la carenza di munizioni, constatando quanto l’amministrazione Usa si fosse in gran parte rifiutata di confermare negli ultimi mesi. Anzi, lo stesso Hegseth ha ripetutamente negato la carenza di munizioni, definendo le ricostruzioni dei media e le preoccupazioni del Congresso come storie “inventate” o “follemente esagerate”.
Il rapporto dell’Ispettore Generale del Pentagono stima che tra il 28 febbraio e il 30 giugno, l’Operazione Epic Fury contro l’Iran sia costata circa 33,4 miliardi di dollari, di cui 22,3 miliardi spesi solo per le munizioni utilizzate. “Le spese per munizioni durante l’Operazione Epic Fury hanno causato carenze nelle scorte strategiche e rivelato colli di bottiglia all’interno delle industrie di rifornimento di munizioni”, osserva il rapporto che, tuttavia, evidenzia le misure adottate dal Dipartimento per accelerare la produzione. Secondo la stampa, tuttavia, questa carenza di munizioni ha indotto il presidente ad astenersi dal lanciare ulteriori attacchi su larga scala contro Teheran durante l’estate. Nonostante il massiccio impiego di intercettori, “gli attacchi iraniani hanno danneggiato e distrutto centinaia di edifici e strutture nelle basi statunitensi in Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman e Giordania”, osserva il rapporto del Pentagono. Il documento, che copre i mesi da aprile a giugno 2026, elenca i danni alla flotta aerea: quattro F-15 distrutti, un F-35 danneggiato, sette aerei cisterna KC-135 danneggiati o distrutti e “fino a 30” droni d’attacco MQ-9 Reaper distrutti, tra le altre cose. Il documento stima che “oltre 50mila” militari statunitensi siano coinvolti nella Guerra del Golfo, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi israelo-americani contro l’Iran. Il rapporto afferma che gli attacchi di rappresaglia dell’Iran e dei suoi alleati hanno danneggiato edifici diplomatici in quattro paesi (Iraq, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti).
Già il mese scorso, la frustrazione di Trump riguardo al conflitto scatenato in tandem con Israele contro Teheran era evidente. Due fonti informate avevano riferito al Washington Post che il tycoon aveva chiesto spiegazioni a Pete Hegseth sulla grave carenza di missili a lungo raggio e di intercettori che aveva contribuito alla decisione di Trump di rinunciare a lanciare nuovi attacchi contro la Repubblica Islamica. Il segretario alla Difesa si sarebbe difeso attribuendo al suo vice, Stephen Feinberg, la responsabilità. Interpellata dal Washington Post sullo scontro, l’ex portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt aveva definito la storia una “fake news al 100%”, ribadendo “la fiducia di Trump nel segretario Hegseth”. Solo qualche giorno fa, il segretario alla Difesa americano, durante il suo intervento per la commemorazione delle vittime dell’11 settembre, aveva esaltato il successo militare in Iran: “Negli ultimi sei mesi – ha detto – abbiamo messo in ginocchio il più prolifico Stato sostenitore del terrorismo al mondo. I nostri combattenti hanno affrontato una teocrazia islamica che da quasi mezzo secolo invoca la nostra morte, che ha esultato per l’11 Settembre: un regime che per decenni ha sponsorizzato attacchi terroristici contro gli americani, uccidendone a migliaia, compresi i nostri commilitoni in Iraq e in Afghanistan“. E, parlando al Pentagono, ha difeso la linea dell’amministrazione Trump nel conflitto contro Teheran. “La pressione economica si fa ogni giorno più forte. Controlliamo lo Stretto di Hormuz. Porteremo a termine questa battaglia“. In realtà, quella che, secondo le intenzioni dichiarate dell’amministrazione Usa doveva essere una guerra di pochi giorni contro Teheran, è arrivata ormai al sesto mese di combattimenti e la via d’uscita è tutt’altro che all’orizzonte. Il regime iraniano, a differenza di quanto dichiarato nelle prime fasi della guerra, non è stato abbattuto e il suo esercito è in grado di difendersi e attaccare. Nel frattempo, prosegue lo stallo sulla crisi di Hormuz, anche questa tutt’altro che risolta, che ha causato un’impennata dei prezzi del petrolio a livello mondiale.