Sono passati più di cinquant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, ma il tempo non ha cancellato né la sua eredità né i dubbi sul suo omicidio a Ostia Lido. Mentre la Procura di Roma ha riaperto le indagini, tra Casarsa della Delizia (Pordenone) e Udine due convegni (da oggi fino a sabato) saranno interamente dedicati all’intellettuale friulano, con l’intento di sottrarlo alla dimensione di monumento e restituirlo al confronto vivo con il suo tempo e con il nostro.
Pasolini, nel corso della sua vita, si è interrogato molto sui giovani e sui cambiamenti della società. Se negli anni Cinquanta ammirava la vitalità e la capacità inventiva dei “ragazzi di vita”, negli anni Settanta con l’avvento del consumismo e della globalizzazione, cambia anche il suo modo di vedere i giovani. Un mese prima che lui morisse, il massacro del Circeo sconvolge l’Italia, costretta a fare i conti con una violenza che proveniva dai “bravi ragazzi” della borghesia romana. Per Fabio Pierangeli, relatore del convegno e accademico che ha analizzato l’opera pasoliniana, “quando lui parla dei ragazzi del Circeo, che rappresentano la punta dell’iceberg dell’infelicità, pone l’attenzione su come la tristezza dei giovani si trasformi in violenza“.
Le nuove generazioni, ma anche il consumismo e le proteste, saranno al centro del dibattito dei due eventi che si terranno tra il 4 e il 7 novembre. Nel descrivere le rivolte di Valle Giulia del ’68, Pasolini parla di un’Italia molto diversa rispetto a quella attuale: il poeta-regista contrappone i poliziotti, figli del proletariato, agli studenti, figli della borghesia. “Il suo discorso è stato tirato un po’ per il collo da parte della politica – afferma Pierangeli – anche se dietro alle sue parole c’era un’analisi molto più profonda. Oggi scendono in piazza sia i figli delle classi agiate che i figli dei migranti: in questi giovani c’è molto più del ‘vuoto’ di cui parlava Pasolini”.
Il consumismo, soprattutto in Italia, ha distrutto tutto ciò che per lo scrittore era “sacro”, in senso laico. “Quello che lui vede nei giovani è la completa assenza di ragione nella violenza”, afferma Pierangeli. L’intellettuale “ci lascia uno sguardo poetico” attraverso cui leggere la cronaca, senza cadere nei soliti cliché, per cui anche negli accoltellamenti dei minori a scuola o nei casi di femminicidio è possibile vedere quella “assenza di ragione” di cui parlava Pasolini. Se da un lato i valori dell’Occidente erano ormai totalmente distrutti, dall’altro per il giornalista polemista un cambio di rotta sarebbe arrivato dall’Africa, con una conquista in senso positivo. “Quando ho letto dei ragazzi di seconda generazione che si sono mobilitati, anche perché emarginati da questa società, ho pensato a Pasolini, a come sia stato un antesignano anche in questo”, ha ricordato Pierangeli.
Il Pasolini corsaro, che criticava il potere e la società in maniera scomoda, non ha ancora avuto giustizia per la sua morte. “Spero che questa sia la volta decisiva – conclude Pierangeli – e mi sconvolge che ci siano ancora testimoni inascoltati. Resta il fatto che chi ha ideato il massacro ha usato uno o più giovani che PPP aveva amato e che in quel momento critica aspramente come omologati, farlocchi, tristi e infelici”.
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