Tra il 1983 e il 1995, nel cuore dell’Emilia, in provincia di Modena dieci giovani donne furono misteriosamente assassinate. Tutti questi delitti sono rimasti irrisolti, con l’ipotesi che possano essere stati commessi dalla stessa mano.
A 40 anni da quei fatti, si parla di nuove indagini sul presunto Mostro di Modena: nelle scorse settimane gli inquirenti hanno riattivato le ricerche, affidandole a Carabinieri e Polizia. E c’è una svolta interessante: salgono a sette le famiglie che hanno dato mandato per ottenere giustizia all’avvocato Barbara Iannuccelli, che ha già depositato in Procura la richiesta di riaprire il cold case. Si tratta dei familiari di Filomena Gnasso, uccisa il 15 novembre 1983, che hanno aderito anche loro a questa battaglia di giustizia.
Le nuove indagini e il caso Gnasso
Oggi, a oltre 40 anni da quei delitti, si punta soprattutto a nuove analisi sui numerosi reperti conservati negli archivi di Medicina Legale. C’è tanto materiale da riesaminare: tre capelli ritrovati tra le mani di una vittima o una pietra insanguinata utilizzata come arma. Tutti oggetti che allora era difficile analizzare ma che oggi, con le nuove tecniche scientifico-forensi potrebbero dire molto di più.
Anche per Filomena Gnasso la medicina legale aveva individuato tracce dell’assassino sul suo corpo: elementi che nel 1983 erano indecifrabili ma che oggi, “sarebbe possibile rianalizzare alla luce della nuova scienza”, dice all’Ansa l’avvocato
Iannucelli che presenterà un’apposita istanza di riapertura. Filomena potrebbe essere stata la prima vittima del Mostro di Modena. Secondo gli articoli dell’epoca, e così come raccontato nel documentario del 2019 di Gabriele Veronesi prodotto da Sky, era anche lei una ragazza fragile e con problematiche serie. La sera in cui fu assassinata era impegnata a consegnare del denaro a qualcuno per conto del compagno. Il suo corpo è stato ritrovato straziato da cinque coltellate nel quartiere Sacca di Modena.
Le vittime del Mostro
Nel 1985 già si iniziò a parlare di Mostro di Modena dopo l’assassinio di Donatella Guerra, uccisa a 22 anni con un punteruolo. Fu già allora che il giornalista della Gazzetta di Modena Pier Luigi Salinaro iniziò a parlare di un mostro, mettendo in relazione la morte della Guerra con un altro delitto avvenuto nel modenese, quello di Giovanna Marchetti, uccisa con una pietra nel 1985. I casi successivi sono quelli di: Marina Balboni, 21 anni, strangolata con una sciarpa; Claudia Santachiara, 24 anni e Fabiana Zuccarini, 21 anni, anche loro entrambe strangolate; Anna Abbruzzese, 32 anni e la ventenne Annamaria Palermo vennero invece accoltellate. Prima di tutte loro c’era stata già Filomena Gnasso ma il suo delitto, e quello di Antonietta Sottosanti, 29 anni (del 1990), sono stati sempre ritenuti di dubbia attribuzione perché un po’ distanti dal target del presunto serial killer. L’ultima presunta vittima è stata Monica Abate, strangolata a Modena nel 1995 a 32 anni. La sua morte ha messo fine alla truce e violenta saga.
Un unico assassino?
Ma cosa avevano in comune le vittime di femminicidio? Nella maggior parte dei casi si tratta di giovani sex worker con problemi di dipendenze, tranne la Gnasso che dal tunnel ne era uscita fuori da un po’. Quella del mostro tuttavia è sempre rimasta una mera ipotesi investigativa. Già nel 1995, il professor Francesco Fazio, docente di medicina legale all’università di Modena, analizzando i dieci casi era arrivato alla conclusione che non era provata l’esistenza di un unico killer seriale. Resta quindi insoluta la domanda: fu davvero un solo assassino ad ammazzare tutte queste ragazze? Le forze dell’ordine e i magistrati non hanno escluso che i delitti potessero essere slegati gli uni dagli altri. Ma è anche vero che è meno preoccupante immaginare che lì fuori, a piede libero, ci sia rimasto solo un killer.