Il "teatro dell'assurdo" e l'ossessione per i social - 2/4
Arrivato in piazza Duomo, lo scenario è apparso surreale: vetrine sbarrate, turisti smarriti, forze dell’ordine in tenuta antisommossa e famiglie nel panico, tra cui “un padre con una bambina piccolissima nel passeggino che chiedeva di poter trovare rifugio all’interno di un negozio con l’ingresso sbarrato”. Più della distruzione in sé, Daverio è rimasto colpito dall’atteggiamento dei riottosi, caratterizzato da “un’allegria, non quella di una manifestazione pacifica, ma una specie di eccitazione collettiva, quasi ludica”. Nessuna precisa rivendicazione, osserva l’autore, ma solo il gusto della distruzione assimilabile ai disordini delle banlieue francesi. Il tutto eseguito a favore di telecamera: “Molti tenevano il telefono in mano, intenti a filmare, a documentare, forse a costruire il proprio piccolo momento di notorietà digitale”. Richiamando le teorie del filosofo Guy Debord, Daverio ha definito la scena una vera e propria “spettacolarizzazione del disordine”, un teatro dell’assurdo dove “non bastava più provocare il caos, bisognava anche rappresentarlo, riprenderlo, trasformarlo in un contenuto da condividere”.