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Perché le proteste dei giovani hanno ragione di esistere

Scuola, studi universitari, sanità, servizi erano per tutti, alla portata di tutti. Oggi prevale il modello americano privato a pagamento, in cui solo chi sa nuotare può salvarsi
Perché le proteste dei giovani hanno ragione di esistere
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Da troppi anni insegno agli adulti, detenuti a Rebibbia per di più: altra tipologia di questioni e problemi. Il mondo dei giovani mi arriva solo attraverso i miei due figli adolescenti. Ne so comunque abbastanza da comprenderne alcune istanze e soprattutto le ragioni delle proteste che stanno infiammando le piazze in questi giorni. I nostri ragazzi stanno loro malgrado ereditando un mondo che non meritano.

Prima di tutto c’è il problema climatico e più in generale ambientale: in pochi anni abbiamo trasformato il pianeta rendendolo inospitale, con sempre più frequenti minacce di squilibri, lunghe siccità interrotte da improvvise inondazioni. Con il paradosso che le località turistiche di montagna chiedono risarcimenti per calamità naturali per mancanza di neve per poi, dopo poche settimane, essere sommerse da precipitazioni eccezionali fuori stagione e chiedere quindi… lo stato di calamità naturale. Le città delle nostre zone, che erano dette “temperate”, si avviano a diventare per un periodo estivo sempre più lungo invivibili senza aria condizionata, come negli Emirati. Questo vale soprattutto laddove non ci si attrezza con la piantumazione di alberi e anzi si procede con potature e tagli incondizionati, prediligendo ancora il cemento al verde.

Noi abbiamo avuto la fortuna di assistere al meraviglioso alternarsi di stagioni nette e definite ma la nostra cupidigia, la ricerca di benessere alimentato da consumi incuranti dei limiti naturali consegna ai figli un mondo impazzito, di eterne mezze stagioni imprevedibili.

Il nostro vecchio e malandato Occidente è, per la prima volta da diversi secoli, in ritardo incolmabile rispetto ad altri contesti più dinamici. Le democrazie di cui ci siamo fatti fautori e addirittura esportatori mostrano evidenti problemi nella selezione delle classi dirigenti e, oggi, un giovane che vuole mettere a frutto le proprie competenze trova maggiori opportunità lontano da casa. Abbiamo lasciato le leve del comando nelle pessime mani di esaltati squilibrati deliranti incompetenti, spesso disonesti e inaffidabili. Chi fa affari su di noi si diverte a dividerci su questioni di marginale importanza ma di facile presa.

Ci ritroviamo un sistema dei prezzi insostenibile, un costo della vita per nulla commisurato alla dinamica dei salari reali. Nel settore turistico, ad esempio, si sta delineando un’offerta, dagli hotel agli stabilimenti balneari e anche la semplice ristorazione che sempre meno persone del posto possono permettersi, con una classe media falcidiata da ogni direzione.

Eravamo cresciuti in un sistema inconsapevolmente dorato in cui, per citare il grandissimo Guccini, il figlio di una casalinga e un impiegato poteva permettersi di accedere al massimo livello degli studi ed “esser della razza sua il primo che ha studiato”. La famiglia monoreddito poteva comprare casa e arredarla di tutti gli elettrodomestici. Nonostante si lavorasse mezza giornata e si andasse in pensione piuttosto presto, ci sembrava naturale, persino ovvio aspettarsi che i figli dovessero e potessero aspirare a una condizione migliore dei padri. Oggi non può essere così, se non per pochissimi più attrezzati o fortunati.

Scuola, studi universitari, sanità, servizi erano per tutti, alla portata di tutti. Oggi prevale il modello americano privato a pagamento, in cui solo chi sa nuotare può salvarsi. Nelle scuole, non solo quelle in carcere, si tende a prediligere la formazione professionale, il collegamento con il mondo del lavoro, cioè con le imprese pronte ad avvalersi di stagisti e manovalanza a basso costo e senza garanzie. In tema di diritti dei lavoratori c’è stato un evidente regresso rispetto alle condizioni dettate dallo Statuto negli anni Settanta.

Le nostre scuole, dalle elementari alle superiori, con le eccellenze dei licei (quelli veri) e le università statali, al contrario, formavano coscienze critiche e cervelli spendibili nei migliori modi e posti, in patria e fuori. Avevamo media e tv che, con i relativi limiti, puntavano a formare e informare, non a inebetire.

Oltre a una vita mediamente agiata in casa, molti di noi potevano permettersi avvincenti vacanze all’estero. Prima della destabilizzazione del Medio Oriente da parte dei nostri Alleati, potevamo fare interessanti viaggi in città fantastiche, ricche di storia e di cultura come Beirut, Damasco, Aleppo, Sanaa, Isfahan. Oggi quegli stessi luoghi sono tetri teatri di guerra in cui i giovani rischiano piuttosto di finire come carne da macello a combattere contro chissà quale nemico immaginario evocato dai nostri prodi governanti che vedono la propria unica ragione d’essere in un folle riarmo, talmente dispendioso da compromettere qualsiasi altra spesa sociale. Qualcuno vorrebbe chiamare la leva militare in guerra nella stessa Crimea dove noi andavamo in vacanza.

Anche nei fenomeni meno importanti, di “costume”, lo squilibrio generazionale è evidente: noi abbiamo avuto la fortuna di essere contemporanei dei grandi geni della musica rock e d’autore, destinati a fornire materiale classico a quanti, nella gran massa, non vanno tanto oltre la produzione di trap. Nello sport, noi avevamo il campionato di calcio più bello in assoluto, in cui militavano i migliori giocatori di ogni nazionalità anche in squadre di mezza classifica; i nostri azzurri arrivavano in finale del mondiale, vincendone ben due, uno più esaltante dell’altro.

I ragazzi di oggi non hanno mai avuto l’opportunità di assistere neanche alla partecipazione della nostra Nazionale, eliminata da una Macedonia o una Bosnia che all’epoca neanche esistevano come Stati.

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