Moda e Stile

Un perizoma a vista portato sotto al dolcevita, i modelli di Tom Ford alla Fashion Week di Parigi fanno discutere: “E’ un freakshow”

A Place Vendôme va in scena una coreografia notturna che richiama le atmosfere di Eyes Wide Shut. Tra tailoring anni Settanta, underwear microscopico e una tensione erotica che non cerca contatto fisico, la collezione Primavera/Estate 2027 riattualizza i codici della maison interrogando i confini della decenza contemporanea

di Ilaria Mauri
Un perizoma a vista portato sotto al dolcevita, i modelli di Tom Ford alla Fashion Week di Parigi fanno discutere: “E’ un freakshow”

In una penombra rotta soltanto dal riverbero di monumentali pareti riflettenti, duecentocinquanta ospiti selezionati hanno assistito a una liturgia erotica costruita sulla distanza. La sfilata Primavera/Estate 2027 di Tom Ford — la prima disegnata da Haider Ackermann sotto l’egida produttiva del gruppo Zegna — ha assunto l’andamento coreografico di un rito notturno alla Eyes Wide Shut, dove l’illusione di un’orgia corale si compie paradosso dopo paradosso: decine di corpi perfetti avanzano a gruppi, si sfiorano con lo sguardo e si moltiplicano all’infinito nelle superfici specchiate, senza mai entrare in contatto fisico.

«Il desiderio ha bisogno di aria. Non sono interessato alla provocazione. Sono interessato al rischio di essere libero», ha chiarito Ackermann a margine dello show, sintetizzando una linea progettuale che sottrae il vocabolario del marchio alla sfacciataggine commerciale per ricollocarlo in una dimensione più intima e cerebrale. La tensione non cerca la consumazione; vive nell’istante esatto che precede il tocco, alimentata da una colonna sonora scandita prima da respiri solitari e chiusa poi dalle note disilluse di Girls di David Bowie.

La trappola di Narciso: sedurre se stessi prima del pubblico

Il preludio digitale della collezione — un video diffuso sui social in cui il modello Scott Barnhill accarezza la propria immagine riflessa fino a sfiorarne le labbra — aveva già anticipato il ribaltamento prospettico operato dal designer. Se nell’immaginario canonico di Tom Ford lo specchio è sempre stato il luogo funzionale del ritocco, lo strumento attraverso cui calibrare l’impatto del proprio sex appeal sullo sguardo altrui, Ackermann lo trasforma in una stanza di compensazione privata. I modelli non sfilano per sedurre la platea seduta ai bordi della pedana; camminano osservando se stessi, ignorando la presenza degli spettatori che finiscono per sentirsi quasi intrusi in un voyeurismo involontario. È una vanità autosufficiente, liberata dall’ansia di validazione esterna, che poggia sulla sicurezza formale del capo prima ancora che sulla pelle esposta.

Dalla sartoria classica alla decostruzione della materia

La narrazione visiva procede per sottrazioni progressive di materia. Lo show debutta con silhouette rigorosamente coperte: un completo gessato nero con giacca doppiopetto e pantaloni dritti leggermente svasati impone proporzioni anni Settanta, ammorbidite da una costruzione decostruita e fluida che alleggerisce l’impostazione rigida del power dressing d’archivio. Subito dopo, trench scivolati, giubbotti e ampi pantaloni a vita alta in pelle verde oliva, nero e toni terrosi si alternano a completi sartoriali azzurro polvere e bianco avorio, portati a nudo o sovrapposti a bralette metallizzate e camicie sbottonate fino all’ombelico.

Con il procedere delle uscite serali entra in scena il rosso profondo dei rossetti iconici del marchio. Poi, passo dopo passo, gli abiti scivolati in seta lasciano intravedere guêpière coordinate, mentre vestaglie impalpabili e colli alti geometrici citano l’eleganza algida e dominatrice di Histoire d’O. Per la prima volta compaiono anche costumi interi neri solcati da profondi cut-out laterali, abbinati a vertiginosi tacchi a spillo e borse da weekend in coccodrillo e lino, confermando una transizione continua tra rigore formale e nudità grafica.

Il caso del perizoma: freakshow o rottura dei canoni maschili?

A monopolizzare le reazioni della rete e della critica generalista è stata la gestione della parte inferiore del guardaroba maschile. Diversi modelli hanno percorso la sala coperti dal busto in su da impeccabili maglioni a collo alto o blazer formali, mentre dalla vita in giù indossavano unicamente microscopici perizomi color carne o rosa pallido, completati da calze velate e mocassini in pelle lucida.

La scelta ha spaccato immediatamente il dibattito. Da un lato, numerosi commentatori hanno etichettato l’uscita come un espediente da “freakshow”, una trovata di marketing insomma, priva di reale spendibilità commerciale e lontano anni luce dalle necessità del guardaroba reale. Dall’altro, gli storici della moda hanno rintracciato nella mossa il DNA originario del marchio, richiamando alla memoria il perizoma con morsetto dorato disegnato dallo stesso Ford per la Primavera/Estate 1997 di Gucci, un pezzo da sfilata divenuto oggetto di culto museale pur senza entrare nella quotidianità dell’uomo comune.

Al di là della viralità social, l’operazione di Ackermann mette a nudo un evidente doppio standard culturale. Mentre il corpo femminile viene esposto, fasciato e ridotto a trasparenza sulle passerelle da decenni senza generare scandalo sistematico, la rimozione del pantalone dall’armadio maschile continua a infrangere una barriera psicologica profonda. L’abbigliamento dell’uomo rimane ancorato a un rigido codice di compostezza funzionale; scardinarlo attraverso un indumento intimo microscopico significa metterne in crisi l’idea stessa di virilità convenzionale.

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