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Storie minime: le strade di Torino, gli amorevoli sensi, la cucina e l’esistenzialismo nei racconti (di formazione) sottili e graffianti di Raffaele Galardi

Nella raccolta Storie minime Raffaele Galardi attraversa Torino, le relazioni, le insicurezze e il riscatto personale con uno sguardo ironico e malinconico. Sullo sfondo, la cucina diventa insieme seduzione, mestiere e modo di dare ordine al caos

di Davide Turrini
Storie minime: le strade di Torino, gli amorevoli sensi, la cucina e l’esistenzialismo nei racconti (di formazione) sottili e graffianti di Raffaele Galardi

Un uomo, una donna, Torino. Ma anche: “Torino era la sua città e lo sarebbe sempre stata”. Gli amorevoli sensi delle Storie minime di Raffaele Galardi (Scrittura pura) devono spirito e molecole a quell’aria fluviale post industriale tardo malinconica che si respira negli ultimi trent’anni nel capoluogo piemontese. Sudore e fatica delle immense periferie che nel tempo hanno imparato lo strusciarsi lieve nel centro altrettanto immenso. Torino (e anche tanta Parigi) come bildungsroman di emancipazione (autobiografica?) personale e sentimentale in una forma racconto di certo non breve, diretta e graffiante, crudele e sottile.

Per capire come respirano le Storie Minime di Galardi bisogna richiamare la sartriana “condanna all’esistere” che l’autore declina in ogni piega del narrato con beffardi giochi di specchi, improvvise buffe derapage di senso, urticante desiderio di (auto)ironia. “Era un’esistenzialista” scrive del protagonista di La peste uno dei racconti di apertura. “Per lui era proprio un modo di esistere e resistere: ogni pietra, ogni odore di umido e memoria, ogni parassita agli angoli della strada, diventava una domanda sospesa”. Oppure richiama il vuoto di una condanna all’esistere che diventa anelito persino vendicativo con tanto di stilla misogina (La vendetta di Rufu); o ancora una distrazione mentre è in corso del sesso con il protagonista che per pochi istanti si vede riflesso in uno specchio come inconsapevole uomo nuovo: “C’è il Fantasma dell’Insicurezza Adolescente, che porta ancora l’apparecchio, dice “ciao” e pronuncia male la “s”. C’è il Fantasma del Fallimento Professionale, con un curriculum pieno di corsi “in via di completamento”.

C’è pure il Fantasma del Primo Amore, che abita ancora a Bologna e pubblica citazioni motivazionali che non motivano nessuno. Franz li guarda tutti, uno per uno, ride”. Ancor più devastante è il macigno scolastico che piove addosso ad un sedicenne Raffaele nel racconto che riprende il titolo dell’intera raccolta. La professoressa untuosa, arcigna e bestiale che “lo chiamò a sé dopo aver corretto il suo compito, lo pose davanti alla classe come si pone una lastra davanti alla luce e disse, con la voce asciutta che aveva l’abitudine di spegnere ogni illusione: “Non sei capace”. Così Storie minime, in una straordinaria flessione modello mise en abyme, è come se si trasformasse in un testo vendicativo, in un piatto letterario servito freddo. “Resistere, per lui, significava continuare a raccogliere cose che gli altri non consideravano, tradurre il rumore in ordine, fare del caos un montaggio. In quella resilienza, in quella testardaggine metodica, si costruì lentamente ciò che sarebbe diventato il suo libro”.

Infine, l’arma della seduzione e del riscatto: la cucina. Altro tassello autobiografico del cuoco ricercato Galardi, oramai transitato nell’umanità dei pasti caldi per chi non ha. “Non c’è cena che Fefé non possa trasformare in un incantesimo: le tagliatelle si arrendono al suo tocco, il sugo di pomodoro ride sotto le sue dita, le erbe aromatiche si inchinano”, scrive in un racconto. E ancora qualche riga più avanti: “Cucina davanti a lei: taglia, frigge, mescola, assaggia, fa l’acrobata. Ogni gesto è un gesto di seduzione, un passo di danza lenta e precisa”. La cucina come creazione organica, come propagazione dell’anima, l’esistere prima dell’essere: “Lo aveva visto orchestrare i gesti in cucina, lento e concentrato, come se ogni ingrediente fosse parte di un racconto più grande”.

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