Moda e Stile

Meno loghi, più pezzi unici: nel fossato di un castello del Salento sfila un altro modello di moda, tra abiti fatti a mano e borse che esistono una volta sola

Lontano dai calendari ufficiali delle fashion week, la sfilata de La Sellerie Limited ci ricorda la funzione originaria del défilé primonovecentesco: un dialogo intimo tra atelier e committenza che intercetta la crescente domanda di artigianato e sartoria

di Ilaria Mauri
Meno loghi, più pezzi unici: nel fossato di un castello del Salento sfila un altro modello di moda, tra abiti fatti a mano e borse che esistono una volta sola

Mentre al Palais d’Iéna di Parigi Miuccia Prada mandava in scena la Primavera/Estate 2027 di Miu Miu, a oltre millecinquecento chilometri di distanza, nel fossato del Castello de’ Monti a Corigliano d’Otranto, prendeva forma una sfilata di segno diametralmente opposto. Perché le sfilate non sono soltanto quelle delle fashion week, dei calendari ufficiali, delle prime file internazionali e delle immagini pensate per rimbalzare ovunque in pochi minuti. Sono anche quelle che giovani designer, piccole aziende e famiglie artigiane riescono ancora ad allestire in autonomia, con entusiasmo, sacrificio e una dose di ostinazione, per portare davanti al pubblico ciò che hanno costruito con le proprie mani.

Come ha fatto La Sellerie Limited, che ha presentato “Sacro Collegio dell’Alta Sartoria”: quaranta look unici della collezione Inverno 2027, ventidue gioielli della linea “Reliquie” e quaranta borse realizzate con antichi tessuti, arazzi e frammenti provenienti anche da contesti ecclesiastici. Un progetto a porte chiuse, con il patrocinio del Comune di Corigliano d’Otranto e della Provincia di Lecce, costruito non come semplice presentazione, ma come azione scenica dentro l’architettura del castello.

È interessante parlarne proprio nei giorni in cui le grandi maison misurano il proprio peso tra Parigi, Milano e New York, perché queste sfilate di provincia sono spesso più vicine all’idea originaria del défilé di quanto non lo siano molti eventi delle griffe del lusso. All’inizio del Novecento, nei saloni parigini di Paul Poiret o Jeanne Paquin, la sfilata nasceva per mostrare abiti reali a clienti reali, per farli vedere in movimento, desiderare, ordinare. Era commercio, certo, ma anche relazione: l’atelier apriva il proprio mondo, incontrava privatamente i propri clienti, permetteva loro di valutare il peso del tessuto, la precisione del taglio e la singolarità del manufatto, facendoli entrare direttamente nel sogno e nell’emozione della manifattura.

Se questo tipo di eventi merita attenzione è perché oggi il meccanismo torna attuale per ragioni diverse. In un mercato odierno saturo di produzione seriale, sempre più persone cercano marchi piccoli, riconoscibili e con uno stile non standardizzato, capaci di produrre poco e bene, con materiali tracciabili, recuperati, trasformati senza cancellarne la storia. Dopo anni di loghi, rincari e prodotti replicati in serie, l’oggetto unico riacquista forza. Non perché sia nostalgico, ma perché restituisce al cliente una sensazione che il lusso industriale ha spesso consumato: l’idea che ciò che si compra sia nato da un processo visibile, da mani precise, da un tempo non compresso.

Questa è stata l’intuizione di Alberto Persano. Dopo gli studi di moda a Londra, avrebbe potuto inseguire la trafila dei grandi brand. Ha scelto invece di tornare in Salento, prendere parte all’azienda di famiglia e farla evolvere senza snaturarla, trasformando una realtà radicata nella pelletteria locale in un laboratorio di ricerca formale e tessile. La sua visione poggia sulla consapevolezza che il distretto salentino, storicamente legato alla concia e alla lavorazione della pelle, custodisca un patrimonio di competenze manuali in grado di sostenere collezioni d’alta gamma, a patto di liberarle dalla dimensione folkloristica per aprirle a codici visivi contemporanei e internazionali. Nel progetto di Corigliano d’Otranto firma la direzione creativa, dall’immaginario della collezione alla costruzione della performance. Ma attorno a lui il lavoro resta familiare: Andrea Persano cura la dimensione musicale, Giuseppe Persano segue le borse e la trasformazione degli antichi tessuti, Lori Persano accompagna la collezione di abbigliamento e il lavoro sartoriale.

La sfilata nel Castello de’ Monti

L’evento andato in scena alle 12 di domenica 4 ottobre, intitolato Sacro Collegio dell’Alta Sartoria, ha assunto la forma di un’azione scenica a porte chiuse realizzata con il patrocinio del Comune di Corigliano d’Otranto e della Provincia di Lecce. Il progetto non ha utilizzato l’architettura fortificata del Castello de’ Monti come semplice fondale, ma come perno strutturale della narrazione: le arcate, il ponte e la pietra calcarea hanno scandito le apparizioni e i movimenti delle modelle. Il tema della collezione Inverno 2027 esplora il rapporto storico tra istituzione ecclesiastica e cultura visiva. Sottraendo la riflessione alla dimensione puramente devozionale, il lavoro si concentra sul ruolo secolare della Chiesa quale committente e custode di tecniche artistiche complesse: damaschi, oreficerie liturgiche, arazzi, paramenti sacri e ricami in filo d’oro. Nel fossato del maniero, figure dal portamento cardinalizio e presenze avvolte nel nero hanno attraversato lo spazio accompagnate dalla composizione sonora curata da Andrea Persano, alternando silenzi e scansioni ritmiche.

Pezzi unici, reliquie e frammenti di storia

Il corpo centrale della collezione è composto da quaranta look sartoriali realizzati a mano, nei quali velluti pesanti, pizzi lavorati e volumi strutturati rielaborano le geometrie degli abiti cerimoniali d’epoca senza indulgere nella copia filologica, traducendoli in tagli adatti al guardaroba contemporaneo. Accanto agli abiti ha debuttato la collezione Reliquie, ventidue creazioni di alta bigiotteria ispirate all’oreficeria vaticana e presentate attraverso un quadro vivente di figure femminili immobili all’interno della corte, restituendo al termine reliquia il suo significato originario di frammento materiale sottratto al logorio del tempo.

Accanto agli abiti e ai gioielli, le altrettante 40 borse raccontano forse il cuore più riconoscibile dell’azienda: pezzi unici, non replicabili, nati dal recupero di arazzi, tele e tessuti antichi. Materiali pensati per un’altra funzione vengono salvati, studiati, tagliati e ricomposti senza cancellare imperfezioni, usure, segni. Ogni borsa nasce una sola volta. Una volta acquistata, scompare dalla collezione per entrare nella vita di chi la porterà. Anche la formula “see now, buy now”, spesso usata dai grandi marchi come strategia di velocità commerciale, qui assume un senso diverso. Non c’è il campione di una produzione futura, ma l’opera definitiva. Il pubblico vede ciò che esiste davvero. Se lo sceglie, lo porta via. È un rapporto diretto tra sfilata, desiderio e possesso, più vicino alla logica dell’atelier che al calendario industriale.

La storia della famiglia Persano parte da lontano. La Sellerie Limited nasce circa settant’anni fa con borsette da passeggio, ventagli e ombrelli. Negli anni Ottanta Giuseppe Persano, spinto dalla passione per il vintage, prende le redini dell’impresa e comincia a creare borse e borsoni da viaggio con materiali di recupero. Negli anni Novanta arriva il contributo della moglie Lori, che amplia il lavoro sulla modellistica e sull’abbigliamento in pelle. Con Alberto e Andrea, l’azienda entra online e trasforma una realtà di provincia in un marchio seguito anche fuori dal Salento. Il punto, però, non è la classica favola del piccolo brand che sogna in grande, di queste storie l’Italia ne è piena. È oggi un modello di moda che mostra come si evolvono i consumi, l’esempio di un cambiamento possibile del sistema. La Sellerie recupera sacchi, tele, kilim, tappeti, vele dismesse, tessuti ecclesiastici, vecchi materiali che altrove resterebbero immobili in un archivio o finirebbero dispersi. Li tratta come materia viva, non come citazione decorativa. In un sistema in cui le grandi maison trasformano le sfilate in spettacoli globali, eventi come quello di Corigliano d’Otranto ricordano una cosa semplice: la moda esiste quando qualcuno guarda un abito, ne capisce la storia e desidera farla propria. Può accadere sotto i lampadari di Parigi o nel fossato di un castello salentino. Cambiano la scala, i budget, la potenza delle immagini. Ma resta quel momento in cui un vestito, una borsa, un gioiello smettono di essere oggetti e diventano, desiderio, sogno, possibilità.

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