Gli epigoni del postmodernismo alla Quentin Tarantino crescono e invecchiano malissimo. Vedi l’ultimo film di Nicolas Winding Refn, Her Private Hell, e scappi dalla sala dopo mezz’ora. Con il regista danese non c’è più niente da fare. Vaga perso tra i fumi eterei di quell’atteggiamento fastidioso dell’autore che sfianca lo spettatore con un’insignificante ed esasperata ricerca estetica. Her Private Hell è una fiaba surreale, spesso iperviolenta, con un rimosso sessuale relegato a un’infantile risoluzione familiare nell’ultima mezz’ora. Un film in cui non solo si rimescolano le carte di spazio e tempo per imporre un pesante stordimento narrativo, ma che viene ancorato a uno sfondo urbano devastante, sempre presente, con riverberi guasti e nebulosi negli interni, che oscilla tra le oscenità visive di Megalopolis e il pianeta Krypton del Superman di Donner.
Una metropoli semioscura, rosacea-blu, con oblunghi grattacieli, strutture a forma di ninnoli tridimensionali violacei, parallelepipedi di ghiaccio sospesi in un cielo cosparso di nebbia. La protagonista è la solita ingenua antieroina refniana, qui una star del cinema di nome Elle (Sophie Thatcher), che apre il film di notte entrando in un albergo-grattacielo dove incontra Hunter (Kristine Froseth), una sua fan-influencer ghignosa e pronta a tutto. L’attrice invita la giovane a salire nell’attico della matrigna Dominique (Havana Rose Liu), sposa del regista Johnny Thunders, autore anche del film di fantascienza che viene girato in quei giorni e ispirato al fumetto Candyfloss, con protagonista proprio Elle.
Hunter è attratta dalla sontuosa vita delle due donne, mentre Elle e Dominique litigano di continuo e papà Johnny, prima di scomparire proprio all’inizio del film, racconterà alle signore la leggenda di Leatherman, un killer dai guanti tempestati di diamanti che muore solo se gli vengono mozzate le mani. In mezzo a questo pretestuoso caos di tortuoso metacinema, inzuppato di impalpabili baruffe casalinghe, sbuca pure, da un’altra dimensione spazio-temporale, il soldato nippoamericano K. (Charles Merton), che durante la ricerca della figlia scomparsa ha fatto strage di uomini della yakuza. Il padre regalerà a Elle per il suo compleanno sia un’ascia d’oro sia l’accendino usato da K. Insomma, di cosa parla questo film? Della mostruosità del maschio, anche se le donne sembrano tutte algidi manichini? Del difficile distacco tra padre e figlia? Del simbolismo di una nebbia tanto proverbiale quanto inutilmente invadente?
Refn non aiuta nessuno a decifrare il suo rancido e scialbo incubo a occhi sgranati, dove fanno continuamente capolino inquietanti atmosfere alla Brian De Palma – c’è pure la musica di Pino Donaggio –, sospiri lesbici alla Dario Argento e un ostacolante caos percettivo alla Gaspar Noé. Vi prego, togliete quei cinque minuti di luci intermittenti sui visi delle protagoniste. Anzi, in questa ostentata dilatazione verso le due ore di durata, che sembrano dieci, il regista danese rende insopportabile ogni dettaglio, ogni inquadratura, ogni taglio di luce, lasciando lo spettatore a lottare a mani nude con un’incessante noia.
In questo tentativo pedante, ossessivo e vano di mantenere una certa elegante compostezza di stile sotto la pressione di bulbi oculari conficcati da lame e reazioni schizoidi femminili, Refn mostra il limite strutturale di un citazionismo rimasticato e sterile, di un cinema vuoto, patinato, privo di alcun interesse per chi guarda. Soprattutto per quegli accaniti fan che, tra Pusher, Bronson e Valhalla Rising, avevano creduto di vivere un’epifania e che invece oggi si ritrovano davanti a una calza piena di carbone dolciastro. Distribuisce MUBI per mezza Europa.