Una scuola dove studenti con e senza disabilità crescono insieme, imparando gli uni dagli altri: è questo il cuore di “Tutto l’amore che resta” con Raoul Bova e Giulia Bevilacqua, la nuova serie di Rai Fiction e Fabula Pictures in onda su Rai 1 e RaiPlay da martedì 29 settembre, per cinque serate. La serie è tratta dal format francese “Lycée Toulouse-Lautrec,” creato da Fanny Riedberger.
La storia è ambientata al liceo Helen Keller, istituto che ha fatto dell’inclusione il proprio valore fondamentale, offrendo a tutti un unico percorso di apprendimento e condivisione. A dirigerlo è il preside Stefano Fogli, interpretato da Raoul Bova, che ne è anche il fondatore. Per lui la scuola non è soltanto una missione professionale: le sue ragioni affondano nella malattia del figlio.
Tra i nuovi studenti c’è Vittoria (Gloria Harvey), sedicenne della Roma bene costretta a trasferirsi in provincia, dove la madre ha iscritto lei e il fratello autistico Matteo (Francesco De Rosa). Dopo un primo rifiuto, la ragazza dovrà superare i propri pregiudizi e entrare a far parte di un gruppo di coetanei molto affiatato, alle prese con i temi dell’adolescenza: la ribellione verso genitori iperprotettivi, i primi amori, le amicizie complicate e gli ostacoli legati alle proprie disabilità. Il suo percorso sarà però scosso dal riemergere di un evento oscuro del passato, che la costringerà a scegliere tra sé stessa e ciò che è giusto fare.
Qual è il messaggio di “Tutto l’amore che resta”?
Bova: Non vuole dare dei messaggi, ma una rappresentazione di quella che può essere una scuola ideale: una scuola senza barriere, una scuola inclusiva. È l’arena in cui si muovono tanti giovani che raccontano le loro storie, di disabilità e non, di ragazzi che escono anche da percorsi sentimentali difficili e si ritrovano tutti nella stessa situazione. La scuola, però, vuole abbattere queste barriere.
Bevilacqua: Il messaggio che la serie vuole dare è che ognuno di noi, con le proprie differenze e le proprie fragilità, ha il diritto di esistere, di esprimersi e di vivere nella società e all’interno di una scuola. Ciò che questa scuola vuole fare è far sentire tutti i ragazzi accolti e ben accetti, anche con le loro problematiche.
Il tema della disabilità ha trovato spazio nell’agenda politica, o se ne parla poco? Cosa si può fare per renderlo un tema di attualità?
Bevilacqua: Intanto bisogna cambiare il tipo di linguaggio, perché se si legittima un linguaggio di odio, di discriminazione, di muri, di divisione, si legittimano anche le persone a pensare che sia giusto pensarla così. Quindi direi di cambiare proprio il linguaggio e di parlare di inclusione. Non sono queste le priorità: la priorità è dare alla scuola fondi e risorse, corsi di italiano pagati dallo Stato, se il problema è la lingua. Per i disabili, invece, servono insegnanti di supporto e di sostegno, più personale, più risorse, più soldi: è questo che manca alla scuola italiana. Serve anche più tempo per le materie legate all’educazione sentimentale. Ci sono tante cose che si possono fare: ci vuole un po’ di buona volontà e attenzione a tutte le dinamiche che di volta in volta si scatenano tra i giovani.
Bova: Si creano delle dinamiche si scatenano anche all’interno di un gruppo, che può essere omogeneo o meno, ma se c’è attenzione, se c’è un corpo docente attento che imposta anche il concetto di uguaglianza e di solidarietà, allora funziona. Sicuramente. Forse sarebbe ancora più utile e importante…
Bevilacqua: Sì, più ascolto. Direi anche che ognuno deve sentirsi libero di esprimersi, di far presente ciò che non va o ciò che lo fa stare bene o male. Quindi proprio il contrario di ciò che sentiamo un po’ ultimamente: più apertura e più ascolto, piuttosto che chiusura e limiti.