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Il Belgio ci ha storditi, agli azzurri manca qualità: Mancini ha davanti una montagna

La Nazionale italiana ha lacune strutturali. Persino la difesa, storico nostro punto di forza, prende imbarcate memorabili. Ci servono almeno quattro-cinque fuoriclasse
Il Belgio ci ha storditi, agli azzurri manca qualità: Mancini ha davanti una montagna
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Una figuraccia, d’accordo. Presi a pallonate per mezza gara e oltre, una lezione di calcio impartita in scioltezza, quasi in allegria, dal Belgio ricco di talenti, giovani e vecchi, miscelati perfettamente dal ct Van Bommel. Ci si aspettava un’Italia in costruzione, non così scolorita e smarrita, in balia dell’avversario. Un’Italia con qualche chiara idea di calcio in testa. La ricostruzione azzurra sarà lunga e inciamperà ancora. Nella gara persa (-2) contro il razzente Belgio una volta si evidenziano i problemi profondi della Nazionale, tornata in mano a Roberto Mancini. Il ct ha di fronte una montagna. Dovrà scalarla con i mezzi a disposizione. Oggi sono modesti. Domani, chissà…

L’Uefa Nations League mette in palio un trofeo importante: le prime tre classificate nei gironi della Lega A saranno teste di serie nelle qualificazioni per gli Europei 2028. Ma saranno le partite di qualificazione (all’Europeo e al Mondiale) a costringerci a mostrare tutte le nostre carte. Se le avremo.

La qualità tecnica media degli azzurri è modesta, non è una novità. Se siamo rimasti a guardare tre Mondiali di fila la ragione principale è la carenza di classe. Troppi dei nostri litigano col pallone, in ragione appunto della modesta preparazione tecnica di base dei nostri giovani. Ne consegue timidezza e incertezza nelle giocate. Pretendono di far girare palla aspettandola sui piedi. Da fermi. Il Belgio ci ha storditi con il movimento negli spazi, gli inserimenti, il dai e vai e l’elastico. Tutto a in velocità, uno, massimo due tocchi. L’Italia ha ruminato un calcio antico, prevedibile. Lento. Destinato a fallire.

Sono lacune strutturali, figlie del deragliamento costante della scuola calcistica italiana dai canoni classici che ci condussero quattro volte (due nell’era moderna) in vetta al Mondo. Ai giovani si insegna troppa tattica e poca tecnica. Non serve istruire un calciatore in erba a fare le diagonali, i raddoppi di marcatura, le scalate se il bimbo o il ragazzino non sanno stoppare, calciare correttamene il pallone, fare un dribbling, specialità abbandonata dai tempi di Rivera, Bulgarelli, Mazzola e poi Causio, Bruno Conti, Claudio Sala e tanti altri. La nostra scuola lavora al contrario e i risultati si vedono. Persino la difesa, storico nostro punto di forza, prende imbarcate memorabili. Dove sono gli eredi di Vierchowod, Nesta, Maldini, Bonucci, Chiellini? Mai visti, al loro livello.

Il Belgio, non proprio la scuola calcistica più celebre al mondo, per lunghi tratti del match ci ha devastati imponendosi per mobilità, senso del gioco, profondità e efficacia della manovra nonché, appunto, dominio tecnico assoluto. Anche i difensori di Van Bommel trattano la sfera con maggiore proprietà dei nostri. Figurarsi gli attaccanti. Quel Godts, saetta bionda irridente e imprendibile per Coppola, Mancini & C, autore del primo gol ha appena 21 anni è la riserva di Kvaratskhelia nel Psg che lo ha acquistato per 45 milioni dall’Ajax. Godts era alla terza apparizione in Nazionale. Un talento così noi ce lo sogniamo. Idem Moreira, altro folletto di fascia, Tielemans, centrocampista tuttofare e l’antico De Bruyne (35 anni) che al Napoli inciampa ma all’Olimpico ha dato spettacolo, annichilendo l’acerbissimo esordiente Romano (era il caso di gettarlo allo sbaraglio? Il secondo gol lo ha segnato l’ennesimo talento, il nero Lukebakio, subentrato a Moreira nel finale: serie di dribbling, azzurri ubriacati e inerti, tiro in porta di precisione millimetrica e 2-0 Belgio.

Per essere competitivo in Europa e nel mondo servono quattro-cinque fuoriclasse. L’Italia oggi ne schiera uno solo: Donnarumma.

La modestia media del nostro calcio, inzeppato da centinaia di stranieri mediocri quando non scarsi, raccoglie quello che ha seminato. Semmai al tandem Mancini-Ranieri (sir Claudio è la testa politica pensante) riuscisse di ribaltare mentalità, valori e disciplina attraverso un lungo lavoro di affinamento, dovrebbero anzitutto essere le radici del nostro calcio a essere trapiantate in terreno vergine. Basta stranieri farlocchi, stop ai traffici pelosi di mercato e, a mo’ di premessa ineludibile, rifondazione radicale dal basso.

Settori giovanili dei club finanziati dalla Federazione, selezione rigorosa degli istruttori, investimenti sulle strutture e, come fece la Germania all’indomani del bruciante cappotto dei mondiali domestici: istituzione di centinaia di centro federali di addestramento distribuiti sul territorio. Consegna imperativa: setacciare l’intera base calcistica giovanile del Paese, selezionando fior da fiore i migliori talenti. Difficile? Neanche un po’. Basta volerlo per davvero. Qui, forse, cascherebbe l’asino…

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