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Delitto di Garlasco, conto alla rovescia per la nuova chiusura delle indagini su Sempio. Le indagini, l’incidente probatorio, le sentenze

La Procura di Pavia si avvia a chiudere l’inchiesta bis dopo aver messo in fila genetica, impronte, scarpe e nuove consulenze. Ma diversi elementi sono tutt’altro che risolutivi: il Dna sulle unghie non identifica un singolo soggetto. Nel frattempo la condanna di Alberto Stasi resta irrevocabile e la procura generale di Milano, pur sollecitata, non ha presentato un'istanza di revisione
Delitto di Garlasco, conto alla rovescia per la nuova chiusura delle indagini su Sempio. Le indagini, l’incidente probatorio, le sentenze
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Il conto alla rovescia è arrivato al termine. La Procura di Pavia – a meno di colpi di scena dell’ultima ora – si prepara a notificare ad Andrea Sempio un nuovo avviso di conclusione delle indagini dopo quello notificato a maggio. È il passaggio che può portare il fascicolo verso una richiesta di rinvio a giudizio e quindi verso un eventuale processo. A meno che il giudice per l’udienza preliminare non prosciolga l’imputato con la motivazione che l’azione penale non avrebbe neanche dovuto essere intrapresa o che non esiste un solo elemento degno di essere dibattuto davanti alla Corte d’Assise.

I magistrati pavesi, dopo mesi di accertamenti, hanno messo in fila una serie di nuove consulenze: genetica, antropometrica, dattiloscopica e medico-legale. L’obiettivo è dare consistenza alla ricostruzione secondo cui Sempio avrebbe avuto il ruolo dell’assassino nell’omicidio di Chiara Poggi. Che oggi in virtù di una sentenza passata in giudicato – dopo un processo di primo grado, due appelli e più passaggi in Cassazione – è stato identificato nell’allora fidanzato della vittima, Alberto Stasi condannato a 16 anni, oltre la metà dei quali scontati.

Ma proprio l’esame delle singole tessere del mosaico restituisce un quadro meno lineare di quello che potrebbe suggerire la sola chiusura dell’indagine. Perché una cosa è dire che gli investigatori ritengono di avere elementi sufficienti per accusare una persona. Un’altra è dimostrare, davanti a un giudice, che quegli elementi siano individualizzanti e soprattutto che conducano a Sempio oltre ogni ragionevole dubbio.

Le indagini e la sentenza definitiva

Il punto di partenza che, al momento, non si può cancellare: Stasi è stato condannato. Qualunque sia l’esito dell’inchiesta bis, c’è un dato giudiziario che non può essere messo tra parentesi. Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l’omicidio di Chiara Poggi.

La sentenza della Cassazione del 2015 ha reso irrevocabile quella condanna. Non si tratta quindi della conclusione di una vecchia indagine ancora suscettibile di essere modificata da un nuovo avviso di garanzia: è una decisione definitiva dell’autorità giudiziaria. A meno che non si arrivi a una revisione del processo. Nell’ottobre del 2020 la Corte d’appello di Brescia rigettò l’istanza di revisione. Decisione confermata dalla Cassazione. Ma l’indagine su Andrea Sempio del 2017 era stata archiviata e non c’erano nuove ipotesi di indagini, tra cui quella di una corruzione di chi indagava. L’indagine sul procuratore di Pavia, dopo che il Riesame e la Cassazione avevano bocciato sequestri e perquisizioni, è stata archiviata e prosegue su “altre persone” dopo essere stata trasferita da Brescia a Pavia.

La nuova inchiesta di Pavia introduce oggi un nuovo protagonista giudiziario dello stesso delitto. È questo il dato che rende il caso particolarmente delicato: per arrivare a un processo contro Sempio non basta costruire una nuova ipotesi. Bisogna anche confrontarsi con il fatto che l’ordinamento italiano ha già individuato, con sentenza definitiva, l’autore dell’omicidio in Alberto Stasi.

Il Dna: la traccia c’è, ma cosa dimostra?

È probabilmente il capitolo più discusso della nuova indagine. Sulle unghie di Chiara sono stati individuati profili genetici maschili. Uno degli aplotipi Y risulta compatibile con la linea paterna della famiglia di Sempio. La parola decisiva, però, è proprio “compatibile”. La perizia svolta nell’incidente probatorio ha concluso che la traccia è mista e parziale e che non consente di attribuire il materiale biologico a un singolo individuo. Un dato che quindi non potrà mai diventare una prova in sede di dibattimento, perché l’attribuzione deve essere certa. Ancora più importante, gli esperti non avrebbero potuto stabilire con certezza come, quando e attraverso quale meccanismo quel materiale sia arrivato sulle unghie della vittima. Sempio, come è noto, frequentava la villetta dei Poggi, usava il computer per giocare insieme all’amico Marco. Lo stesso pc in uso a Chiara Poggi. Quindi se per l’accusa quelle tracce – inutilizzabili processualmente – sono da attribuire a una difesa della vittima, per la difesa sono da contatto.

Quel del Dna è un problema che non si risolve sostituendo la parola “compatibile” con “appartiene”. Sono concetti scientificamente e giudiziariamente diversi. E la distinzione diventa ancora più rilevante perché il reperto biologico originario, secondo quanto emerge dagli atti richiamati nei lanci, non è più disponibile: è stato consumato durante precedenti analisi. Restano i tracciati elettroforetici sui quali gli esperti possono lavorare.

La nuova consulenza genetica

La Procura ha comunque chiesto un ulteriore approfondimento al genetista Carlo Previderè. È una scelta comprensibile sul piano investigativo: se il Dna costituisce uno degli elementi che hanno portato alla riapertura dell’indagine, è naturale cercare di chiarirne il significato. Ma proprio per questo la domanda deve essere posta con precisione: che cosa può realmente dimostrare quella traccia? Se il profilo non è completo, se è misto e se non consente di attribuirlo a un unico soggetto, il suo peso probatorio dovrà essere valutato insieme agli altri elementi.

Non è sufficiente dimostrare che Sempio non è incompatibile con una traccia. Occorre dimostrare perché quella traccia debba essere ricondotta proprio a lui e, soprattutto, quale rapporto abbia con il delitto. È una differenza che in un processo può diventare decisiva. E la perita Denise Albani, nominata dalla giudice per le indagini preliminari, ha già dato la sua risposta.

L’impronta 33, le scarpe e le misure: il secondo fronte dell’accusa

La Procura non cerca di puntare soltanto sulla genetica. C’è l’ormai famosa impronta 33 lasciata sulla parete della scala della villetta. Una traccia palmare non insanguinata individuata sul lato destro del muro che conduce alla cantina della villetta di via Pascoli. Secondo i magistrati, l’impronta sarebbe compatibile con il palmo di Andrea Sempio, anche se il dato resta al centro di valutazioni tecniche non univoche, per Cassazione sono necessari 16-17 punti ma quelli coincidenti con le linee del dito di Sempio sono di meno, per la difesa addirittura 8-9. L’ipotesi investigativa è che l’aggressore possa essersi appoggiato alla parete mentre il corpo della vittima scivolava lungo le scale verso la cantina.

Nella ricostruzione della nuova Bloodstain Pattern Analysis viene ipotizzato che, una volta a terra, Chiara Poggi sia stata colpita nuovamente “con almeno 4-5 colpi in regione parieto-occipitale sinistra”. L’impronta 33 – già scartata nel 2007 perché ritenuta inutilizzabile – viene dall’accusa così inserita in una sequenza più ampia: colluttazione iniziale, caduta sulle scale, scivolamento del corpo e fase finale dell’aggressione. Secondo la dinamica ricostruita, l’assassino, impegnato a spostare il cadavere in una scala ripida, tortuosa e senza corrimano, si sarebbe appoggiato proprio lì con la mano destra, in un punto più alto del normale per via dell’ingombro del corpo. Per i pm di Pavia quella impronta appartiene a Sempio, la difesa e la parte civile invece ritengono che non ci siano elementi certi per attribuirla. Inoltre, come accertato dal processo, non c’è camminata sulle scale. Scale che era piene di sangue.

Ci sono gli accertamenti sulle dimensioni fisiche di Sempio e il confronto con la dinamica ricostruita dagli investigatori. E c’è l’analisi della suola della scarpa insanguinata numero 42 attribuita nelle precedenti sentenze all’assassino. Anche quelle che assolvevano Stasi. Sono elementi che la Procura considera nel quadro complessivo. Ma anche qui le parti hanno dato interpretazioni differenti. La difesa di Sempio ha contestato in particolare le conclusioni antropometriche, sostenendo che le caratteristiche fisiche dell’indagato non sarebbero compatibili con la posizione che l’accusa gli attribuisce sulla scena del delitto. Il punto, ancora una volta, sarà stabilire se questi elementi siano davvero individualizzanti oppure se possano avere spiegazioni diverse. Sempio ha dichiarato di calzare il 44.

Nei processi precedenti la casa di produzione delle scarpe Frau, con suola a palline, taglia 42, ha certificato che non poteva essere considerato neanche mezzo numero in più. Le consulenze antropometriche di parte, sia quelle degli inquirenti che quelle della difesa, sono state eseguite per questo. Le scarpe dell’assassino non sono mai state trovate, una negoziante di Spotorno dove Stasi andava in vacanza a Porta a Porta dichiarò di aver detto ad alcuni ispettori di aver venduto scarpe 42 a maggio del 2007. Elemento che poi non era entrato nel processo di secondo grado bis perché, con ogni probabilità non ci fu il tempo di approfondirlo perché i giudici stavano per entrare in camera di consiglio.

Il movente costruito intorno ai video e al presunto approccio

C’è poi il capitolo del movente. Secondo la ricostruzione della Procura, Sempio avrebbe avuto conoscenza di materiale video intimo relativo a Chiara Poggi e Alberto Stasi e avrebbe sviluppato nei confronti della ragazza un interesse culminato, secondo l’accusa, in un approccio respinto. Immagini viste sul pc con cui lui e il fratello della vittima giocavano.

Da qui deriverebbe il movente indicato dagli inquirenti. Marco Poggi, sentito molte volte, ha negato questo fatto e anzi Alberto Stasi, sentito come testimone, agli inquirenti di Pavia ha dichiarato che poco dopo l’omicidio Marco Poggi gli chiese se era vero che esistono delle immagini della sorella. “Marco, durante una visita in casa ancora ad agosto 2007, prendendomi quasi da parte mi chiese se era vero che c’erano dei video sessuali, diciamo così, tra me e Chiara. Credo perché in quei giorni erano uscite forse delle notizie sul punto”. “È al corrente se questi video sono circolati o meno?” la domanda degli inquirenti. “Che io sappia no, a distanza di tanto tempo direi di no” aveva risposto Stasi

La consulenza sulla personalità

Tra gli ultimi accertamenti c’è anche quello affidato allo psichiatra Roberto Catanesi. Il consulente avrebbe dovuto valutare eventuali condizioni patologiche di Sempio riferibili al periodo dell’omicidio e la sua capacità di intendere e di volere. Sempio, tuttavia, non ha accettato di sottoporsi ai colloqui richiesti su consiglio della difesa che ritiene l’accertamento incongruente a distanza di 19 anni dai fatti contestati. La consulenza sarà quindi costruita attraverso il materiale raccolto dagli investigatori: intercettazioni, dichiarazioni pubbliche, scritti, diari, post e altri contenuti.

Anche questo elemento dovrà essere maneggiato con particolare cautela. Ricostruire retrospettivamente la personalità di una persona a distanza di quasi vent’anni, senza un colloquio diretto, è cosa ben diversa dall’accertare scientificamente la presenza di una traccia biologica.

La consulenza Cattaneo

Tra le consulenze c’è anche quella di Cristina Cattaneo che ipotizza che la vittima si fosse difesa. Dopo l’omicidio di Chiara Poggi due brigadieri notano subito dei graffi sulla parte interna dell’avambraccio sinistro di Stasi. Decidono di fotografarli ma poi non ci si ricorda di farlo, né di mostrarli ad un medico legale. Su questa circostanza nessuna domanda a Stasi venne verbalizzata.

All’anatomopatologa, che aveva già lavorato sull’orario della morte e sulla dinamica dell’omicidio di Chiara Poggi, è stata chiesta una integrazione come a tutti gli altri consulenti della procura. Il nuovo approfondimento dovrebbe servire agli inquirenti per definire con maggiore precisione la finestra temporale del delitto e verificare la compatibilità delle diverse ricostruzioni.

Ma anche qui il punto è distinguere ciò che la scienza può dire da ciò che l’accusa vorrebbe dimostrare. Stabilire un intervallo per l’ora della morte era stato complicato già per chi aveva potuto eseguire l’autopsia. Il corpo della vittima, all’epoca, non venne pesato perché all’obitorio mancava una bascula, una bilancia particolare. Questa mancanza aveva comportato l’incertezza sull’ora della morte. In un primo momento l’orario presunto su fissato tra le 10.30 e mezzogiorno, successivamente l’orario era stata anticipato e l’omicidio è stato collocato temporalmente tra le 9.12 e le 9.35. Quando il cadavere fu esaminato la prima volta erano da poco passate le 14 e non c’era ancora rigor mortis.

Due giorni dopo il funerale il cadavere era stato riesumato per rilevare le impronte digitali di Chiara: nessuno si era ricordato di farlo. La consulenza Cattaneo – a distanza di 19 anni da esami irripetibili – diventa quindi un’altra tessera del mosaico costruito dalla Procura di Pavia.

Il paradosso Stasi-Sempio

Ed è qui che il caso torna al suo punto più delicato. Pavia può sostenere l’accusa contro Sempio anche senza che la condanna di Stasi sia stata previamente sottoposta a revisione. Dal punto di vista processuale, i due procedimenti possono procedere su binari distinti. Ma sul piano logico e giudiziario la questione resta enorme. Se Stasi è definitivamente condannato come autore dell’omicidio, su quali basi una nuova Procura può sostenere che il delitto sia stato commesso da Sempio? E, qualora in futuro arrivasse una nuova condanna, si porrebbe inevitabilmente il problema di spiegare come possano conciliarsi due verità giudiziarie riferite allo stesso omicidio. Non è un dettaglio procedurale. È il cuore della vicenda. E Milano, per ora, non chiede di riaprire il caso Stasi . Sul versante della revisione, il quadro appare altrettanto significativo.

La Procura generale di Milano ha ricevuto ed esaminato la documentazione proveniente da Pavia. Ma, secondo quanto riportato nei lanci, la procuratrice generale Francesca Nanni non ha presentato una richiesta di revisione della condanna di Stasi. E non sembra intenzionata, allo stato, a farlo. Nel 2016 la procura generale di Milano scrisse ai pm di Pavia, che indagavano su Sempio, che c’era un “vuoto probatorio” sull’indagato.

Questo non significa che la revisione sia impossibile dopo le nuove indagini degli inquirenti: Stasi può presentare autonomamente un’istanza attraverso i suoi difensori. Ma significa che, almeno per ora, l’ufficio requirente che avrebbe la possibilità di chiedere la revisione non ha ritenuto di compiere quel passo. È un elemento che pesa perché mette in evidenza una contraddizione apparente: mentre Pavia ritiene di poter sostenere l’accusa contro un nuovo indagato, la condanna definitiva dell’uomo che la giustizia ha indicato come assassino resta formalmente intatta.

Adesso la parola passa alla difesa e poi al giudice

Con il nuovo avviso di conclusione delle indagini, Sempio potrà presentare memorie, produrre consulenze e chiedere eventualmente di essere interrogato. Poi arriverà la decisione della Procura: richiesta di rinvio a giudizio oppure archiviazione. Un’ipotesi, che in considerazione di tutti gli elementi, è pari allo zero. Se si arriverà davanti a un giudice, sarà quello il momento nel quale le molte tessere della nuova inchiesta dovranno trasformarsi in una ricostruzione processualmente sostenibile.

Resta anche sospesa la questione dell’arma usata durante il delitto, un martello come ipotizzato nelle sentenze di condanna a carico di Stasi, mai trovata. Né è stata trovata nel canale Tramello, ispezionato nel maggio del 2025, in forze dai carabinieri. Degli oggetti recuperati – tra cui un martello – sono si è saputo più nulla. Quelle ricerche era state attivate sulla scorta di dichiarazioni di persone a un programma tv.

La vera partita è sulla qualità della prova

Il rischio, in un caso mediaticamente enorme come Garlasco, è che la successione di consulenze, indiscrezioni e nuove piste produca una certezza narrativa prima ancora che una certezza processuale. Ma il diritto penale funziona al contrario. Non è l’accumulo delle ipotesi a stabilire una responsabilità. È la capacità delle prove di resistere alle contestazioni e alle spiegazioni alternative. Oggi, dunque, convivono due dati. Il primo è una certezza giudiziaria: Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi.

Il secondo è un’indagine ancora aperta: la Procura di Pavia ritiene che Andrea Sempio possa essere chiamato a rispondere dello stesso delitto, sulla base di elementi che dovranno ancora essere valutati in un eventuale processo. Tra queste due affermazioni c’è tutto il caso Garlasco. E sarà la solidità delle prove, non il clamore dell’inchiesta, a stabilire quanto sia davvero cambiata la storia giudiziaria di quella mattina del 13 agosto 2007.

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