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L’Artico ha perso in quarant’anni la metà dei ghiacci: il dibattito sul futuro che ignoriamo

I fantasmi di una imminente catastrofe idrogeologica aleggiano sopra di noi
L’Artico ha perso in quarant’anni la metà dei ghiacci: il dibattito sul futuro che ignoriamo
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Lo scorso 11 settembre, al Galata Museo del Mare di Genova, si è parlato di Artico e delle conseguenze relative al progressivo sciogliersi dei suoi ghiacci. Ne ha disquisito Marco Ansaldo, presidente del Mu.Ma (Musei del Mare genovesi) con tre autorevoli esperti: Leonardo Parigi, fondatore e coordinatore di Osservatorio Artico, prima rivista italiana dedicata a quello sconosciuto mondo di ghiaccio, e i fotografi Fabio Accorrà e Andrea Izzotti (suo l’affascinante volume I giganti delle Azzorre. Storie di di balene e balenieri) che da anni battono faticosamente quelle desolate e inospitali aree documentandole con le loro immagini (alcune delle quali sono visibili in una mostra, aperta, sempre al Galata, fino al 18 ottobre).

Ne è emerso un panorama sconcertante del quale poco si parla (e si sa). Se pensiamo che il ghiaccio nell’Oceano Artico si è ridotto di circa il 50% negli ultimi quarant’anni, i fantasmi di una imminente catastrofe idrogeologica aleggiano sopra di noi. Pochi hanno idea di quanto immensa sia quest’area che comprende il bacino dell’Oceano Artico, le aree settentrionali della Scandinavia, Russia, Canada, Groenlandia e Alaska che fa parte degli Usa dall’ 8 ottobre 1867, quando fu acquistata dall’Impero Russo per 7,2 milioni di dollari. L’intera regione artica racchiusa dal Circolo Polare misura, infatti, circa 21-30 milioni di chilometri quadrati (per fare un raffronto, la Russia, lo stato più grande al mondo, ne misura 17,1…).

La regione Artica è in realtà quasi completamente coperta da acqua che approvvigiona il 20% del mondo. E gli iceberg che vediamo sono solo una piccola parte dell’insieme, il resto è sott’acqua. Il National Snow and Ice Data Center, centro di ricerca del Colorado che studia la criosfera, cioè le zone della Terra coperte da ghiaccio o neve, colloca l’attuale estensione dei ghiacci al decimo posto tra i minimi più bassi mai registrati (a partire dal 1979, anno in cui sono cominciate le rilevazioni). Una conferma, dunque, che, “pur non avendo superato il picco del 2012 (3,39 milioni di chilometri quadrati di estensione, forse ancor meno), il trend a lungo termine di perdita della banchisa rimane evidente“, tenendo presente anche che “la differenza principale rispetto al passato non è solo l’estensione, ma lo spessore: gran parte del ghiaccio attuale è molto più sottile e vulnerabile rispetto al ghiaccio perenne che caratterizzava l’Artico decenni fa”.

Oggi siamo al decimo posto tra i minimi più bassi mai registrati. E noi, gente ‘del sud’ dell’Europa, ci interessiamo poco o nulla a questo fenomeno, coinvolti dai problemi più vicini a noi. In realtà, come ha affermato l’attivista Greta Thunberg, “lo stesso sistema responsabile della distruzione del pianeta e della crisi climatica è anche all’origine di guerre, genocidi e oppressione dei popoli”. Non si tratta, dunque, solo di gravi implicazioni per l’ambiente e per le popolazioni native delle aree artiche come gli Inuit della Groenlandia e del Canada (circa 4 milioni di persone) o per la flora e la fauna locale (gli orsi bianchi le cui foto ‘persi’ su iceberg sempre più piccoli che impietosiscono il mondo), ma, soprattutto, c’è da aver paura del nostro futuro (e forse già, in parte, del presente) in quanto umanità.

I negazionisti della crisi del pianeta accusano gli ambientalisti (quelli seri) di retorica e allarmismo. Ma “non si tratta di evidenziare solamente il pericolo ambientale dello scioglimento dei ghiacci, effetto conseguente dell’innalzamento delle temperature e quindi dei mari, che già di per sé sarebbe un argomento centrale per la politica internazionale: si tratta, invece, di allargare questa visione di “effetti domino” sulla sicurezza di una regione immensa per dimensioni e per capacità di sviluppo, che riguarda tutta l’Unione Europea”, conferma ancora Parigi. Eppure, a oggi, non esiste una regolamentazione relativa all’Artico, ma solo una Convenzione dell’Onu sul Diritto del Mare che risale al 1982.

Gioca, inoltre, il fattore delle riserve petrolifere e di gas naturale, immense (secondo L’American Geological Survey sarebbero pari al 25% di tutte le riserve mondiali). La Groenlandia, sulla quale ha messo recentemente le mani Donald Trump (ma lui non è certo il primo, gli americani ci provano da decenni…) è ricca di metalli e minerali pregiati. Il primo insediamento vichingo nella Scandinavia settentrionale e in Islanda risale al 900 d.C. Ne è passato di tempo per analizzare il problema.

Eppure, come scrive Francesco Paparella del Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università del Salento: “Nell’immediatezza dell’evento può capitare che amministratori e politici si autoassolvano da miopi scelte del passato usando i cambiamenti climatici come utile capro espiatorio, salvo poi omettere di intraprendere costose e forse impopolari decisioni sulla gestione del territorio che mitighino i danni di altri eventi del genere. Atteggiamenti di questo tipo, privi di qualunque giustificazione scientifica, rendono forti le argomentazioni di coloro che negano che sia davvero in atto un cambiamento climatico: i clima-scettici”.

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