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Scorie e veleni, il disastro dell’ex Selca: un “fallimento lavatrice” senza colpevoli

Sedici anni di inchieste, tre processi, e ora zero colpevoli: la storia dell'impianto che si occupava del trattamento di materiali di scarto diventato una bomba ecologica da 55mila tonnellate di sostanze tossiche sul fiume Oglio nel Bresciano. I proprietari si sono fatti scudo della chiusura per non saldare i 24 milioni di euro di costi della bonifica
Scorie e veleni, il disastro dell’ex Selca: un “fallimento lavatrice” senza colpevoli
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A 17 anni dall’inizio dell’accumulo delle scorie e a 16 dall’inizio delle indagini si chiude senza alcun colpevole l’ultimo capitolo dell’odissea giudiziaria del disastro dell’ex Selca, una bomba ecologica da oltre 55mila tonnellate di veleni a due passi dal fiume Oglio, in Val Camonica, che costerà alla comunità oltre 20 milioni di euro. Il 9 settembre il Gup del Tribunale di Brescia, Marco Vommaro, ha assolto con rito abbreviato dalle accuse di abbandono incontrollato di rifiuti e inquinamento ambientale l’unico imputato dell’ultimo processo – il Selca Ter – il curatore fallimentare Giacomo Ducoli. Per il commercialista di Breno, per cui il pm Donato Greco aveva chiesto un anno e sei mesi di reclusione, il giudice ha stabilito che “il fatto non costituisce reato”. Il verdetto sancisce una certezza amara: per il disastro ambientale non ci sarà alcun colpevole penale.

Il sito industriale dell’ex Selca a Berzo Demo, in alta valle Camonica, si occupava del trattamento e del recupero di materiali di scarto, specie della lavorazione dell’alluminio. Ora è una gigantesca discarica. Nei capannoni e sui piazzali dell’ex stabilimento di Forno Allione giacciono abbandonati 37mila metri cubi – oltre 55mila tonnellate – di scorie tossiche. Esposti per oltre quindici anni a pioggia e vento, questi rifiuti rilasciano fluoruri, cianuri e metalli pesanti che inquinano il terreno, filtrano nella falda acquifera e finiscono nel vicino fiume Oglio. Il fiume percorre l’intera valle bresciana sino al Lago d’Iseo, per poi fare da confine tra le province di Cremona e Mantova e sfociare nel Po. Ad ogni evento alluvionale o esondazione del fiume, l’ecosistema è stato esposto per quasi due decenni al rischio costante di un disastro ambientale di proporzioni gigantesche, ma il problema non è ancora del tutto risolto.

L’origine dei veleni risale al periodo tra settembre 2009 e febbraio 2010, quando nello stabilimento bresciano giunsero 23mila tonnellate di scorie di celle elettrolitiche esauste (Spl). Il materiale arrivò via nave dall’Australia, prodotto dal colosso Tomago Aluminium, joint venture guidata dal gigante monerario internazionale Rio Tinto Alcan, a cui si sommarono altri carichi provenienti da impianti in Cina e Russia. L’Spl è un rifiuto altamente pericoloso: contiene elevate concentrazioni di fluoruri e cianuri di sodio che, a contatto con l’acqua o l’umidità dell’aria, innescano reazioni e liberano gas tossici e infiammabili come ammoniaca, idrogeno e acido cianidrico.

A giugno 2010 Selca SpA venne dichiarata fallita. La Commissione bicamerale Ecomafie ha definito la vicenda un “caso scuola” di “fallimento lavatrice“: un’azienda tratta scorie pericolose per colossi industriali, incassa le tariffe di smaltimento, accumula veleni, svuota la società veicolo (la bad company) e dichiara fallimento. Grazie allo scudo delle procedure concorsuali, i privati trattengono i profitti e scaricano l’immane costo della bonifica sulla collettività.

In 16 anni la Procura di Brescia ha avviato tre processi che si sono conclusi tutti senza alcuna condanna. Il primo fu aperto contro gli ex proprietari Flavio e Ivano Bettoni per falso e traffico illecito di 23mila tonnellate dall’Australia. A fronte di una richiesta del pm di condanna a quattro anni, nel 2017 sono stati assolti definitivamente perché “il fatto non sussiste”. Il secondo filone “Selca-bis”, avviato nel 2018 contro Flavio Bettoni, tre ex dirigenti e il curatore Ducoli per omessa bonifica, ha visto Ducoli prosciolto nel 2019 per mancanza di risorse nella cassa fallimentare, mentre nel marzo 2020 il pm stesso ha chiesto l’assoluzione immediata per gli altri imputati perché “il fatto non sussiste”, a causa di vizi formali nelle ordinanze pubbliche, mentre le accuse di traffico di rifiuti erano già andate prescritte. L’ultimo, “Selca-ter”, per inquinamento post-fallimento era stato aperto contro il curatore Ducoli per il persistere del deposito incontrollato delle scorie tra il 2019 e il 2022. Si è chiuso il 9 settembre e ha decretato l’assoluzione perché “il fatto non costituisce reato”, in quanto secondo il Gup il curatore fallimentare di Selca ha operato nei limiti del mandato e senza fondi sufficienti.

Per la bonifica, dal costo complessivo stimato in 24 milioni, sono stati finora stanziati fondi pubblici per 19 milioni: 10 approvati nel 2026 da Regione Lombardia tramite fondi europei di sviluppo e coesione (Fsc), 3,9 dal Fondo Comuni Confinanti, 2 dal bilancio autonomo regionale, un milione dai canoni idrici e 2,1 resi disponibili dalla curatela fallimentare. Solo ad aprile scorso, a oltre 16 anni dallo stoccaggio e dal fallimento di Selca, sono finalmente partiti i primi camion e convogli per trasportare i rifiuti in Germania, destinati allo stoccaggio nelle miniere sotterranee di sale a Heringen, nel Land dell’Assia.

Per impedire il ripetersi di vicende simili, il 2 giugno è entrato in vigore il Decreto Legislativo 81/2026 che dà attuazione alla Direttiva Ue 1203 del 2024. Il decreto contrasta il “fallimento lavatrice” attraverso tre pilastri normativi: innanzitutto, quando una azienda controllata inquina e fallisce, estende le norme sulla responsabilità delle aziende fallite alle loro società controllanti e consente al giudice di risalire la catena di proprietà fino alla casa madre, applicando sanzioni pecuniarie ed interdittive. Poi anticipa la soglia penale, modifica l’articolo 452-bis primo comma del codice penale sul commercio di prodotti inquinanti, che prevede la reclusione da 2 a 6 anni, e punisce la cessione di sostanze tossiche a società veicolo prima del verificarsi del danno o della contaminazione della falda. Infine, obbliga al ripristino dell’ambiente e introduce la possibilità di confisca, imponendo che i costi della bonifica ricadano sul patrimonio complessivo dei responsabili, soci e manager, impedendo di usare la procedura concorsuale come paravento.

Ma queste nuove norme non si sono potute applicare al caso Selca. Il principio costituzionale di irretroattività della legge penale vieta infatti l’applicazione ex post di norme penali più severe a fatti avvenuti prima dell’entrata in vigore del decreto legislativo. Inoltre, nel processo Selca-ter l’imputato era il curatore fallimentare, cioè un pubblico ufficiale nominato dal tribunale e privo di risorse economiche proprie, e non la holding inquinatrice.

La sentenza del 9 settembre, inattaccabile sul piano del diritto, ha però riacceso la delusione delle associazioni ambientaliste tra le quali Rete Ambiente Lombardia e Amici della Natura, che nel giorno della decisione hanno tenuto un presidio davanti al Tribunale di Brescia. Sono le stesse realtà dell’ecologia di base che per vent’anni hanno denunciato la bomba dei veleni a Berzo Demo. Gli attivisti contestano che i costi del ripristino ricadranno sulla collettività anziché sui privati responsabili del danno, che ne hanno invece ottenuto profitti. Mentre le prime tonnellate dei veleni della valle Camonica partono per la Germania, resta un interrogativo di fondo: quante altre Selca e quanti “fallimenti lavatrice” restano ancora impuniti in Italia?

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