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Giudice vieta di scrivere “Trump” sul Kennedy Center. E il cda decide di chiuderlo. Il presidente Usa: “Si riapre solo col mio nome sulla facciata”

Il tycoon vincola la ristrutturazione dell'edificio a Washington DC alla presenza del suo cognome sul muro esterno: ma solo il Congresso, come ha ribadito il giudice Cooper, può autorizzare una modifica al tributo deliberato in esclusiva a JFK
Giudice vieta di scrivere “Trump” sul Kennedy Center. E il cda decide di chiuderlo. Il presidente Usa: “Si riapre solo col mio nome sulla facciata”
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Tre mesi fa il giudice federale Christopher Cooper, nominato da Barack Obama, aveva stabilito che il consiglio di amministrazione del Kennedy Center – il centro culturale nazionale degli Stati Uniti e il più importante complesso per le arti dello spettacolo di Washington D.C. – aveva agito illegalmente votando per aggiungere il nome di Trump sulla facciata dell’edificio (foto). Cooper aveva quindi ordinato di rimuovere la dedica al tycoon sulla scorta che solo il Congresso poteva autorizzare una modifica al tributo deliberato in esclusiva a JFK. E ieri 15 settembre, lo stesso Cooper ha nuovamente diffidato il tycoon dall’apporre il suo nome. Le conseguenze non si sono fatte attendere: dopo la decisione del tribunale, il board della venerata istituzione sul Potomac ne ha ordinato la chiusura immediata citando problemi di sicurezza e difficoltà finanziarie. “I lavori di ristrutturazione non partiranno a meno che una corte d’appello o la Corte Suprema non avallino il mio nome sulla facciata”, ha detto Trump confermando l’esito “quasi unanime” del voto.

Il monumentale edificio in marmo bianco di Carrara resterà quindi chiuso a tempo indeterminato a tutti i visitatori. Secondo il board, la chiusura totale è necessaria per evitare pericoli per i dipendenti e per il pubblico. Il voto è arrivato a una settimana e mezzo dal crollo di una parte dell’intonaco del soffitto nel Grand Foyer, precipitato sul pavimento sottostante in quel momento fortunatamente vuoto. Secondo i critici, però, i vertici del Kennedy Center starebbero esagerando i problemi strutturali per giustificare la chiusura, che, sostengono, potrebbe a sua volta servire a nascondere la cattiva gestione finanziaria durante la presidenza Trump causata da un esodo di talenti, tra cui la soprano Renee Fleming, il cantante Ben Folds, il compositore Philip Glass e l’attrice Issa Rae, tra i tanti che fin dall’inizio hanno boicottato la programmazione.

Trump ha occupato il board del Kennedy Center subito dopo l’insediamento nel gennaio 2025, licenziandone i membri di nomina Dem e installando al loro posto altrettanti fedelissimi tra cui Usha Vance, la moglie del vicepresidente JD Vance, la capo di gabinetto Susie Wiles, e l’italiano Paolo Zampolli, ex capo di un agenzia di modelle che fece conoscere a Trump l’attuale moglie Melania. Criticando come troppo ideologica la programmazione del centro, il tycoon aveva avviato una campagna per promuoverne la ristrutturazione affiggendo di lì a poco sulla facciata il suo nome a caratteri cubitali.

Col futuro del Kennedy Center in bilico e la minaccia una bancarotta a breve, il giudice federale Christopher Cooper ha ribadito il divieto di aggiungere il nome di Trump sull’edificio confermando la decisione presa più di tre mesi fa, quando aveva stabilito solo il Congresso poteva autorizzare una modifica al tributo deliberato dalla stessa Capitol Hill in esclusiva al presidente John F. Kennedy. La riunione del board era stata preceduta alla vigilia dalla diffusione di un pacchetto di risoluzioni, una delle quali legava il ripristino del nome di Trump sulla facciata alla prospettiva che il tycoon si spendesse per raccogliere fondi destinati alla ristrutturazione. Poche ore prima tuttavia gli avvocati del Dipartimento di Giustizia avevano comunicato che l’unico argomento all’ordine del giorno sarebbe stata la chiusura del Kennedy Center.

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