Rubio porta la sfida Usa-Cina in America Latina: “Pechino predatoria”. La replica: “Non è il vostro cortile”
“Per troppo tempo, attori estranei all’emisfero, sostenuti da Stati stranieri, specificamente la Cina, sono entrati nella nostra regione con promesse che in realtà nascondono pratiche predatorie”. È il manifesto anti-Pechino scritto da Marco Rubio e diffuso su alcune testate sudamericane – tra cui El Comercio, El Universo, Revista Semana – mentre il segretario di Stato Usa passava in rassegna Colombia, Ecuador e Perù. Tutti e tre affacciati sul Pacifico e accomunati da importanti investimenti cinesi che, secondo Rubio, si traducono spesso in “contratti poco trasparenti, indebitamento insostenibile, sfruttamento dei lavoratori e distruzione ambientale”. Di qui la scelta di recarsi da martedì 8 a giovedì 10 settembre nelle Ande, sotto lo slogan “Estados Unidos cumple” (cioè: “Gli Stati Uniti rispettano gli accordi”). Fonti del Dipartimento di Stato Usa lo definiscono il “tour diplomatico più importante” effettuato nella regione dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.
Il viaggio di Rubio in Sudamerica si è consumato nei giorni della Convention di Dallas, dove gli affari interni – famiglia tradizionale e attacchi ai Dem, definiti il “partito dell’odio” – sono stati affidati al vicepresidente Usa James David Vance, che ha parlato da candidato vero e proprio. Sempre secondo fonti del Dipartimento di Stato consultate dal Washington Examiner, Rubio non avrebbe potuto partecipare alla convention a causa di “una politica di lunga data” che “vieta ai funzionari nominati dal Presidente e confermati dal Senato di partecipare alle convention di partito”.
Così, il segretario di Stato Usa ha puntato a consolidare la presenza militare nel cortile di casa e a rafforzare il controllo degli Usa su minerali critici e risorse naturali. Quest’ultimo consolidato mediante i memorandum d’intesa sottoscritti a Barranquilla anche in materia di energia nucleare e difesa, per 1 miliardo di dollari. Intese replicate a Quito – ritenuto l’allievo più fedele nella regione – e Lima (a cui è stato dato il benvenuto nell’alleanza militare Shield of Americas), sempre in materia di sicurezza, commercio e tutela delle infrastrutture critiche. “Quando i beni critici di uno Stato rimangono sotto la proprietà o il controllo di un’altra nazione – avverte Rubio –, i Paesi perdono il diritto sacro di decidere sul proprio destino e affrontano gravi minacce in termini di sovranità, privacy dei dati e indipendenza economica”. Altra preoccupazione riguarda il “controllo” di imprese statali straniere sull’“infrastruttura strategica” di alcuni Paesi, lasciando “indebitamento” e “sorveglianza”.
Le accuse di Rubio non sono passate inosservate a Pechino, che attraverso la sua ambasciata a Lima ha replicato: “L’America Latina non è il cortile di casa di nessuno e i Paesi della regione hanno il diritto sovrano e la capacità di scegliere liberamente i propri partner di sviluppo in base ai propri interessi”. Pechino ha inoltre ricordato che la sua relazione con gli Stati della regione “non è diretta contro terzi, né persegue calcoli geopolitici, e non dovrebbe essere soggetta a interferenze da parte di terzi”. Smentite anche le accuse circa la “trappola del debito”, là dove la Cina avrebbe investito 30 miliardi di dollari nella regione “senza creare un solo centesimo di debito”. Anche Efraín Martínez(editorialista de La Izquierda Diario) replica a Rubio che, criticando la Cina, “in realtà sta descrivendo la condotta storica e le intenzioni presenti degli Stati Uniti”.
La mossa del segretario di Stato è stata criticata anche in Colombia ed Ecuador. “C’è troppa fretta”, osserva l’economista colombiano Jairo Estrada Alvarez in riferimento all’accordo per i minerali critici, che è un “blocco geopolitico maldestro contro la Cina a spese della nostra sovranità”. Della stessa idea Viviana Veloz (deputata ecuadoriana, Movimiento Revolución Ciudadana), che chiede al governo centrale di comparire in Parlamento: “La sicurezza non può diventare la scusa per trasformare l’Ecuador in una pedina degli Stati Uniti”. Il tour di Rubio è stato contestato anche nelle strade di Lima, al grido di “Fuera, Yankees!”, e nel Congresso peruviano. “La consegna della nostra sovranità nazionale sotto il cappello dello Shield of Americas è un tradimento alla Patria – ha denunciato la congressista Margot Palacios –. Keiko Fujimori trasforma il suolo peruviano in un’enclave militare Usa”.
Per gli Usa, la battaglia è ancora lunga. Nessuno tra i Paesi visitati – Colombia, Ecuador e Perù – è pronto ad abbandonare la Cina, con cui registrano un giro d’affari complessivo di 139 miliardi di dollari. La stessa Fujimori, il cui Paese è legato alla Cina tramite il Porto di Chancay, assicura che manterrà gli scambi commerciali con il colosso asiatico.