Il sistema previdenziale italiano regge, e lo fa grazie ai migranti, non malgrado loro
di Sebastiano Melita
Stimare l’impatto fiscale della migrazione è complesso: uno studio comparativo (Fiorio, Frattini, Riganti, Christl) confronta la posizione fiscale netta di migranti e nativi nei paesi OCSE europei più Australia, Canada e USA (2007-2009) concludendo che l’impatto fiscale della migrazione è molto piccolo in termini di PIL e in media quasi nullo nei paesi OCSE. In tutti i casi, un peso importante nella solvibilità contributiva netta dei migranti ce l’ha il “tasso di occupabilità”, che sostanzialmente dipende dall’efficacia delle politiche di integrazione.
Nell’UE-14 gli immigrati danno in media 1.510 euro netti l’anno in più dei nativi. Sembra un paradosso, ma si spiega tutto con la demografia. La spesa pubblica europea va in gran parte a pensioni e sanità per i nativi anziani, che assorbono molte risorse. Gli immigrati, invece, sono quasi tutti in età lavorativa e, anche se pagano meno tasse di un italiano, quasi nessuno prende una pensione o costa in cure geriatriche.
Nel lungo periodo l’aspetto contributivo può essere corretto nell’arco della vita lavorativa con: l’acquisizione di una migliore posizione, il contributo dell’IRPEF dei figli, il fatto che uno su tre non maturerà la pensione perché andrà altrove. Lavorando presto, invece, i migranti risultano contribuenti pensionistici netti, con denaro in cassa che sulla carta andrebbe accantonato per le pensioni future ma che, nella realtà contabile del metodo a ripartizione, si usa subito per saldare le pensioni degli italiani. Il debito implicito non si basa sulla solvibilità ma sulla demografia, e la tempistica è importante.
Fino al ~2040-2050 il flusso migrante costante (~7,5 mld/anno, ~150 mld cumulati) finanzia in tempo reale la gobba dei boomer in regime retributivo/misto — e la RGS elabora le sue stime tenendo conto proprio di questo flusso costante, stimato in media intorno alle 179 mila unità l’anno fino al 2070. Dal ~2060 la stessa coorte migrante arriva alla pensione in contributivo pieno, con tassi di sostituzione crollati al 58%. Il sistema a ripartizione è un patto di solidarietà tra generazioni: tu mantieni i vecchi di oggi, sperando che i giovani di domani mantengano te. E la situazione demografica al 2050 sarà la più sfavorevole mai registrata in Italia per rapporto tra pensionati e attivi: l’indice di dipendenza degli anziani tocca il suo massimo proprio intorno a quell’anno, per poi stabilizzarsi.
Lo schema di nuovi ingressi di giovani contribuenti permetterà di pagare pensioni e welfare agli italiani fino al 2050. A quel punto lo Stato dovrà pagare le pensioni ai baby boomer, costose perché in regime misto retributivo/contributivo, e lo farà forte dei contributi dei migranti. Dopo, nel decennio successivo, il sistema sarà ancora sotto pressione e il grosso dei migranti, che allora cominceranno ad andare in pensione in regime contributivo pieno, riceveranno meno delle generazioni precedenti a parità di versamenti.
In conclusione, i migranti sono soluzione e vittima del meccanismo del welfare italiano. Il saldo previdenziale sarà complessivamente positivo o negativo per pochi miliardi, secondo tutti gli studi seri e autorevoli. Anche se il mancato versamento dell’Irpef fosse vero per intero, il banco (lo Stato) vince sempre e comunque. Il sistema previdenziale italiano regge, e lo fa grazie ai migranti, non malgrado loro. Sono loro a tenere in piedi la baracca negli anni peggiori della crisi demografica, gratificando i nativi baby boomer ben più di quanto gratificherà loro stessi, dato che i pensionati migranti, insieme ai nativi coetanei, riceveranno pensioni molto più misere.